Beorn’s Hall – Estuary

Devo ammettere che il primo approccio con Estuary non è stato dei più felici, tanto che il solo pensiero di raggiungere -alla fine di un certo tipo di discorso- una […]

Devo ammettere che il primo approccio con Estuary non è stato dei più felici, tanto che il solo pensiero di raggiungere -alla fine di un certo tipo di discorso- una sufficienza mi pareva pura utopia. No, non è stato un  incontro da ricordare quello con il secondo album dei Beorn’s Hall, formazione americana che ti piglia per la gola con uno stile di copertina in grado di “sviare” immediatamente i pensieri più cupi e negativi a riguardo.

Ma dimenticando il potere dell’artwork (che alla fine ti porta a riflettere su un tipo di sound che non avvertiremo quasi mai all’interno dell’album) rimane solo la difficoltà di trovare un punto d’attracco di fronte una proposta che cerca di offrire a tratti qualcosa di diverso dal solito black metal atmosferico. E’ difficile emettere sentenze nei confronti di Estuary, da una parte ci sarebbe da fregarsi le mani sul fatto “che aria diversa non può che far bene”,  mentre dall’altra quasi finisci a patirla “tale traboccante particolarità”. Possiamo dire che i Beorn’s Hall ci hanno provato a stupire senza però riuscirci completamente? Alla fine direi di si, anche perché l’aver spalmato con calma gli ascolti è servito, e a poco a poco quella sufficienza che pareva tabù è davvero arrivata, un pò a fatica forse, ma giunta pur sempre a destinazione sana e salva (sapete, con quelle melodie che ritornano e ti ritrovi come per incanto a rivalutarle; aah i scherzi del cervello).

C’è tanta carne sul fuoco su Estuary e certi strani impianti melodici non ti aiutano affatto nel muoverti all’interno di un disco lungo e tortuoso, sicuramente pittoresco, a modo suo sbilenco, e che sembra amare l’azione del “perdersi, lasciare perdere, e dimenticarsi  successivamente del suo interlocutore”.

Inserti acustici spiovono in mezzo ad arcigne sfuriate e momenti d’epico clamore. I Beorn’s Hall hanno usato una strumentazione “datata” per poter richiamare al meglio determinate situazioni  risalenti agli anni ’90, da qui nasce una parte di quella sfuggente unicità che respireremo all’interno di Estuary. Penso alla singolare Dark Wood-Black Marsh, a quell’attacco alla Burzum che ci ingloba con forza su title track e The Nurturing Soil, o a I Know You Rider (un brano che ti lascia capire la nazionalità del gruppo ma anche l’importanza che sta alla fonte di certi Bathory) e Blood for Wotan per il versante evocativo. Talvolta mancherà la colla e il rischio di assopirsi diventerà concreto, ma se saremo bravi a sconfiggerlo potremo dire di aver vissuto una buon’ora di black metal melodico/stoico/artigianale.

E quella sensazione di epicità dalla quale non si poteva sfuggire con il pensiero diventa qualcos’altro, diventa materia volutamente grezza con occhio di riguardo al lato glorioso delle cose, musica che ama lasciarsi ispirare ma con un codice tutto suo.

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