Belphegor – Conjuring the Dead

Lavoro strano Conjuring the Dead, chiariamoci subito però, la parola “strano” non è da affiancare al tipo di musica suonata e proposta a questo giro dai Belphegor, perché loro non […]

Lavoro strano Conjuring the Dead, chiariamoci subito però, la parola “strano” non è da affiancare al tipo di musica suonata e proposta a questo giro dai Belphegor, perché loro non cambieranno di certo stile o intenzioni proprio oggi (anno 2014 per chi vivesse senza il calendario in mano). E così, dopo una sfiancante carriera di sanguinosi elogi al caprone li ritroviamo ancora una volta in perfetta forma, in barba agli anni che inesorabilmente avanzano. La voglia, il coraggio e la perseveranza continuano ad avere la meglio, e il nuovo prodotto non fa di certo eccezione in questo, un disco che rappresenta a parer mio un non piccolo passo indietro rispetto al precedente Blood Magick Necromance. Ma questo non deve di certo portare a scoraggiare le buone intenzioni, perché i Belphegor costruiscono un altro degno tassello della loro sempre più ingombrante discografia. Ma torniamo un pochino più in su, e nello specifico alla parola “strano”, l’ho voluta utilizzare in base alle sensazioni che ho ricevuto ascoltando di volta in volta il disco, uno “sballottamento” dato dalla presenza di gemme assolute alternate a pezzi che sembrano buttati giù e riposti sulla tracklist senza un apparente motivo, come se fossero solamente dei riempitivi mal pensati (bastava veramente poco per sollevarli) e subito posizionati al loro posto in tutta fretta. Fortunatamente non arrivano a condurre il disco all’insufficienza, però esistono, e creano delle crepe dalle quali bisogna ben guardarsi prima di partire con elogi sperticati ad un qualcosa solo perché è “roba nuova” e per una sua buona metà “particolarmente figa”.

Da una parte avremo le tipiche “mietiture” della band, l’opener Gasmask Terror è posta lì appositamente per squarciare culi a volontà, mentre la title track Conjuring the Dead apre a fiamme e relativi inferni grazie al suo “crushing” riff portante. Non ci potremo poi perdere per nessuna ragione Legions of Destruction, un mantra in grado di elevare l’ascoltatore su livelli abbastanza impensabili (tutto alla grande, la strofa con Glen Benton e il ritornello “cerimoniale” recitato splendidamente da Attila Csihar) portando ad una esaltazione pressoché immediata. Black Winged Torment è un loro classico pugno nello stomaco, benda davanti agli occhi e giù di insana velocità mista a sadiche (anti) melodie, mentre altrettanto caratteristica appare Flesh, Bones and Blood, una sorta di marcia malefica scandita bene bene in tutte le sue parti (Fornication…666!).

L’altro lato è composto in primis da In Death, fuorviante quanto scarsamente incisiva la sua strofa tipicamente thrash metal, e per la prima volta ci si ferma un attimo, perdendo di vista l’intensità  avuta tra le mani sino a quel momento, non a caso reputo il pezzo assolutamente “evitabile”, nonostante si lasci infine ascoltare senza infamia ne lode. A farle compagnia troviamo l’inutile strumentale The Eyes, la quasi-outro Pactum in Aeternum (perché!!) e la mezzo-riuscita Lucifer, Take Her. Come già detto non tutto tutto è da gettare -senza appello- alle ortiche, ma l’indecisione rimane comunque lì a volteggiare loscamente, sussurrando continuamente parole di demotivazione.

Ma gira che ti rigira il pensare ad un voto negativo non arriva a convincermi, vuoi perché potrei metterci troppo di personale (più del solito diciamo, a me piace esserlo sempre), vuoi perché in fondo il disco arriva alla sua conclusione velocemente (si, stranamente ma velocemente, almeno quello!) compiendo in questo caso il proprio lavoro al meglio (senza appensatire ecco). Questa volta Helmuth e Serpenth si sono affidati alle mani di Erik Rutan e ai suoi Mana Recording Studios, il sentore d’oltreoceano -bisogna dire- emerge largamente, ma lo riconoscerete solo se i Belphegor sono per voi come il pane quotidiano (o quasi). Invecchiare rimanendo così convinti con le prove in mano non è di certo roba comune, solo per questo la band Austriaca si merita ancora una volta belle parole, aldilà di un prodotto che poteva decisamente dare qualcosa di meglio a noi viscide creature sempre pronte e fedeli quando c’è da mettersi in prima fila per credere in loro.

Realize I am fire – I do not burn..

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