Bauda – Sporelights

Quaranta minuti vissuti, avvolti dentro una costante sensazione composta perlopiù dalla parola “rassicurazione”. D’altronde con i Bauda non lo scopriamo certo oggi (se proprio volete vi concedo di passare oltre […]

Quaranta minuti vissuti, avvolti dentro una costante sensazione composta perlopiù dalla parola “rassicurazione”. D’altronde con i Bauda non lo scopriamo certo oggi (se proprio volete vi concedo di passare oltre al debut Oniirica, ma non al secondo e bellissimo lavoro Euphoria…of Flesh, Men and the Great Escape), ma di sicuro il nuovo Sporelights (che se ne esce per Temple of Torturous, etichetta che aveva cominciato con ben altro stile e tipologia di produzioni) rappresenta un ghiotto motivo per ricordarcelo, ma fa anche di più, la sua nascita è una conferma vivida circa le loro abilità, e del fatto che potremo far cieco affidamento su di loro in caso di nuove/future uscite. Diciamocelo, in fondo non è esattamente “scontata” come affermazione, ma ci finisci sopra senza poterne fare a meno quando arrivi a fluttuare su note così dense ma al contempo leggere, note che ci guidano per mano all’interno di un disco persuasivo ed elegante ad ogni soffice passo.

Verremo sottoposti ad un formicolio costante durante lo svolgimento di Sporelights, l’impronta che lasciano è quella di un alternative rock ammantato di progressive ma capace di rilasciare qualche iniezione più decisa di tanto in tanto. Ma il “filo” non verrà mai smarrito, c’è una lucida omogeneità a muoversi fra i brani, qualcosa che emergerà in modo forte e distinto, che ci lascerà bene attaccati alla materia che staremo in quel preciso momento attraversando. Costruire una tracklist “sana” è quanto di meglio ci si possa sempre augurare in ogni occasione, ancor di più in questi casi dove rimanere “imbambolati” risulta -col senno del poi- piuttosto facile. Non c’è grandezza nelle loro composizioni ma c’è tanta, davvero tanta convinzione nei propri mezzi, i Bauda non cercano mai la strada più facile e anzi, a volte sembrano volerci girare attorno di proposito (il gradimento imparerà ad apprezzare tale caratteristica lentamente) senza però procurare alcun fastidio di facciata.

Sporelights ha un sapore in grado di crescere, che dimostra di sapere come e dove piantare i suoi decisivi paletti. Magistrale l’introduzione a nome Aurora, la canzone va a formare l’ideale habitat organico-elettrico che sfocerà completamente nella splendida e passionale Vigil (se dovessi usare un unico brano per far breccia nei cuori userei proprio questo). I Bauda vanno senza dubbio raccomandati ai seguaci del verbo Anathema, poi se avete lasciato anima e viscere sui lavori dei Klimt 1918 avrete certamente ulteriori balzi di gioia da compiere a riguardo, viste le non poche similitudini esistenti fra le due formazioni (sia vocali che strumentali, ancora una volta mi viene in aiuto citare Vigil –ma potrei citarne altre come la title track ad esempio- il suo crescendo serve esattamente a parlare senza il bisogno di disturbi esterni). Uno dei pezzi più “semplici” ma in grado di crescere è certamente War, sempre più adorabile ad ogni passaggio ma le nostre soddisfazioni riusciamo a togliercele anche sulla strumentale Tectonic Cells (effetto rimembranza) e sulla doppietta conclusiva formata da Asleep in Layers (l’unione ideale fra The Cure, This Empty Flow e Klimt 1918) e la confortante Dawn of Ages.

Più che consigliato per i cuori affranti e bisognosi di “linfa malinconica” suonata egregiamente, con la calma a dettare le sue importanti regole. A tal proposito mi preme sottolineare l’ottima prestazione vocale, magari non eclatante sotto l’aspetto tecnico ma sicuramente in grado di “dare qualcosa” a livello emotivo. Sporelights è un lavoro che “ti fa male” sottopelle, senza il bisogno di farti percepire effettivo dolore, che fantastica sensazione!

About Duke "Selfish" Fog