Australasia – Vertebra

Troppa musica, troppa frenesia, trovare lo spazio per nuovi ascolti diventa sempre più difficile, il tempo si assottiglia e il rischio di non saper aspettare determinate “fioriture” sempre in agguato […]

Troppa musica, troppa frenesia, trovare lo spazio per nuovi ascolti diventa sempre più difficile, il tempo si assottiglia e il rischio di non saper aspettare determinate “fioriture” sempre in agguato dietro l’angolo. Il rischio di perdermi Vertebra del progetto italiano Australasia era cosa praticamente già fatta e stipulata, poche volte il nefasto mare discografico concede seconde opportunità, a me ne è capitata giusto una con il suddetto disco, un lavoro semplice e altamente sognante, la giusta ricompensa per i sacri momenti di stacco/pausa, un comprovato allontanamento da quella disturbante frenesia di prima.

Scorre tutto liscio e soave su Vertebra, quasi stenti a credere a cotanta positività sparsa gaiamente ai quattro venti, si trova nell’aria il rifugio di questa musica, te la senti addosso cucita e al contempo come impalpabile essenza eterea. Il disco sotto alcuni punti di vista stupisce per il suo essere immediato (ma ricercato, fortemente ricercato nella sua accentuata espressione melodica), le canzoni non raggiungono mai lunghezze esasperanti, anzi qui si gioca molto sul colpo ad effetto istantaneo, non si gira larghi in nessuna occasione, viene servito tutto in presa diretta e senza ripensamenti (gusti decisi). Queste caratteristiche giovano di sicuro al risultato finale, ma corrono anche il rischio di far apparire le idee come appena accennate o poco “studiate”, proprio quando lo svolgimento che c’è alla fonte esprime il suo esatto contrario. Bollarlo come “sempliciotto” sarà facile, un modo carino per evitare l’ostacolo per l’ennesima volta, l’ostacolo dei sensi e di un certo romanticismo, sentimenti che Vertebra cerca di far emergere in ogni suo aspetto.

C’è la componente eterea (spiccata), ma c’è anche la forza grazie a qualche riff diciamo “rinforzato” e tendente al black metal più soft, ci sono il post rock strumentale (più che sognante e dominante) e pure un vago sentore trip-hop (impossibile non pensare ai Massive Attack durante le ben calibrate inserzioni vocali femminili, ulteriore traguardo vittorioso e arma in più per sfondare alcune porte nevralgiche già adeguatamente “forzate” con il lavoro strumentale), ma niente di questo giunge a stonare o al farti pensare “ecco un qualcosa di fuori posto”.

36 minuti per viaggiare (quasi affermerei che lo “spostamento” sia qui necessario, niente sedentarietà casalinga per una volta), e per staccare quella maledetta spina che sempre più di rado riesce a venire via. In sede di produzione il lavoro svolto è stato del tutto “asciutto”, questo non allontana l’aspetto sensoriale che anzi viene alimentato sempre a dovere, ascoltare Vertebra diventerà -lo spero- un gesto naturale, quanto osservare curiose formazione nuvolose in movimento o un mare poco mosso. In ogni caso uno “smuovere” costante, un modo di linguaggio alternativo. Le dieci canzoni scorrono, passano davvero velocemente, semplicità e costruzione coabitano e collaborano, il piacere aumenterà di volta in volta sino a quando arriveremo a non curarci minimamente della tracklist, si prenderà tutto come arriva, come un lungo respiro liberatorio. Poi via.

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