Ashbringer – Vacant

Gli Ashbringer esordivano nel 2015, e lo facevano nel migliore dei modi per le esigenze di un pubblico odierno molto attento e ricettivo sui lati esteriori come “bellezza” e “compostezza”. […]

Gli Ashbringer esordivano nel 2015, e lo facevano nel migliore dei modi per le esigenze di un pubblico odierno molto attento e ricettivo sui lati esteriori come “bellezza” e “compostezza”. Vacant nasceva come dire “appetibile” e certamente niente si può obiettare la volta che si è finito il suo ascolto. Quasi tre quarti d’ora limpidi e discorsivi, pronti ad offrire il fianco ad una melodia malinconica, pronta a fagocitare tutto e tutti (una lentezza che avanza speditamente la si potrebbe definire). Gli Ashbringer non sono altro che l’estensione, il frutto di anni e anni di sperimentazione ed ascolti in territorio black metal  extra europeo. Pensate  difatti a qualche band americana/canadese/australiana ed avrete già bello che servita la pietanza davanti le vostre orecchie, una pietanza che fa spesso uso di chitarre acustiche “a spezzare” e di ritmiche lasciate a fermentare in piacente sospensione. A guarnire il tutto un sibilo vocale (fa capolino talvolta qualche linea pulita), ripetuti segnali di sofferenza sopra uno scenario dalla forma solo apparentemente idilliaca.

Con Vacant gli Ashbringer ci danno tutto il tempo di pensare, lasciandoci sgombra la poltrona più confortevole ove sarà possibile sprofondare. Sei le composizioni, due di queste saranno brevi intermezzi atti a favorire la giusta degustazione dei quattro brani protagonisti. Ci sono parecchi motivi per “farsi belli”, per contemplare scenari immobili, per immergersi dentro una natura che sembra volerci accogliere a braccia aperte.

I brani ripiegano armoniosamente, sia quando si tratta di vertire su tempistiche dilatate (Ethereal Aura pt.II) oppure su velocità mediamente sostenute (Lucid) ma comunque sempre lambite da un forte accento melodico.

Vacant è un disco prezioso, nessun dubbio a riguardo. Un lavoro costruito con attenzione e semplicità, visto che non si cerca mai l’invasione o meglio la ricerca del “troppo”. Unico imperativo lasciarsi cullare senza barriere, ma soprattutto lasciare galoppare la nostra sfera emotiva sino a quei livelli –si spera- definibili come “sacri”. Il disco è suonato pure bene, tanto da riuscire a percepire forte l’anima dei suonatori coinvolti.

About Duke "Selfish" Fog