Apolokia – Kathaarian Vortex

Due demo (Frozen Evocation, 1995 e Fields of Hatefrost 1997) e un ep nel mezzo del cammino, per poter ricevere il primo full-lenght degli Apolokia è dovuto arrivare l’anno 2013. […]

Due demo (Frozen Evocation, 1995 e Fields of Hatefrost 1997) e un ep nel mezzo del cammino, per poter ricevere il primo full-lenght degli Apolokia è dovuto arrivare l’anno 2013. Di tempo ne è sicuramente passato tanto, il “periodo oscuro” non è più quello di una volta, ma basta entrare in contatto con Kathaarian Vortex (anche per soli pochi secondi/minuti) per poter assaporare un gusto andato, e un modo di fare che ormai si allontana sempre più da questa “roboante” esistenza. L’audience è cambiata, non è più un mistero, i tempi cambiano e non c’è più molta gente attirata da questi sound low-fi sputati in faccia con il solo scopo devastare e infastidire. Ormai c’è troppa cura nelle produzioni e nelle canzoni, la “vecchia guardia” non è riuscita a reggere, il vero onore resta a poche unità e dischi come questo rischiano di diventare realmente “per nessuno” o per pochissimi. Da questo punto di vista stupisce lo zampino della My Kingdom Music, etichetta dedita solitamente a ben altro tipo di release (ma comunque elogio a lei per credere ancora in queste produzioni).

A cosa serve dunque Kathaarian Vortex? Serve a far inorridire le nuove generazioni, persone che non saranno in grado di comprendere come si possa suonare ancora oggi questo tipo di black metal. Ma è proprio questa l’essenza, la “carne” prelibata black metal, o come veniva inteso una volta perlomeno, quello che tantissime bands proponevano con orgoglio e dedizione senza aver la minima cura dei dettagli o dei giudizi di terze persone. Era così, ed era in qualche modo più sincero nonostante la moda fosse certamente più “fresca” di quanto lo sia oggi.

Kathaarian Vortex ha la funzione di pala, un’azione atta a smuovere la terra dai centimetri necessari, un tuffo completo, assordante ed avviluppante in altre ere. E’ anche “inutilità” se vogliamo, almeno se non si hanno alle spalle anni di sofferenza, disagi e passione, perché la forma canzone va beatamente a farsi fottere. L’andare a vedere con la lente al singolo brano non ha pressoché importanza, tutte le energie andranno prese durante la breve intro perché dopo non ci sarà più modo di uscirne vivi (il soffocamento sarà certo invece).

Le chitarre sono come motoseghe impazzite (ostinatamente tagliuzzano carne già morta), aspre, fastidiose, e taglienti come lame, un lamento che si rinnova puntuale sotto i colpi dannati di ogni nuova traccia (saprete resistere ai quaranta minuti?), dovrà essere ben allenato l’orecchio per riuscire a distinguere il bello dal “becero caos” primordiale perpetrato. I momenti pregevoli sono ben presenti (adeguatamente sotterrati), ma posso benissimo capire chi non riuscirà o potrà comprenderli. Le orecchie sanguinano e non c’è rimedio, anche se vi chiederanno pietà durante lo svolgimento di questo flagello sonoro (in certi momenti vi sembrerà quasi che si “stappino” magicamente). Benvenuti nel regno del caos, un regno non giudicabile oggi come lo era ieri. Kathaarian Vortex è una perla underground (per chi la saprà prendere) che si sperderà nel marasma, sicuramente più oggi di ieri (l’unica beffarda differenza), penso lo sappiano bene i personaggi coinvolti e lo sapranno sicuramente quei pochi che riusciranno a custodirlo come prezioso cimelio. Un buon motivo per deridere altre “forme di male” meglio accolte dal popolo. Evitare se non sapete reggere perché vi tramortirà, vi anestetizzerà così tanto da farvi perdere il controllo.

Vi piacerà o non vi piacerà, fingerete di capirlo oppure no, questo non avrà la minima importanza, perché il disco alla fine vorrà ben altro tributo.

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