Ankhagram – Thoughts

Dead e suoi Ankhagram sapevano di certo come sfondare le mie barriere critiche, ogni cosa che ho potuto ascoltare è finita ad entusiasmarmi senza riserve. Il fascino che esercita su […]

Dead e suoi Ankhagram sapevano di certo come sfondare le mie barriere critiche, ogni cosa che ho potuto ascoltare è finita ad entusiasmarmi senza riserve. Il fascino che esercita su di me questa entità russa non è per niente normale e proprio per questo motivo non devo essere seguito “elogio per elogio” alla lettera. Posso benissimo capire come un “timido” o poco propenso ascoltatore  possa trovarsi in difficoltà con il mood funereo e soffocante che si respira su Thoughts, un lavoro sicuramente meno accessibile rispetto al suo predecessore (già recensito su questi lidi). Questa volta Dead ha incrementato la lunghezza dei brani finendo con l’ampliarne la forte sensazione di disagio, incrementata da testi brevi, semplici ed altamente depressivi.

Una volta superato il non facile scoglio della pazienza il percorso diventa in qualche modo “agibile”. La musica Ankhagram non è mai stata particolarmente tecnica o complicata nel suo svolgimento e così resta pure in questa circostanza. Seguire lo scorrere dei brani non sarà mai realmente difficile, ma diciamo che lo potrebbe diventare sulla distanza (a discapito della confidenza), ovvero quando si comprenderà di come le cose non cambieranno affatto avvolte nel loro “continuo ristagno”. Mi piace tantissimo l’unione fra chitarra e vocione, un marchio che continua ad entusiasmare in tutta la sua potenza evocativa. Non passa poi inosservata la componente elettronica che contribuisce nel raffreddare le sensazioni generali, aiutando ad uscire dalla più cupa negatività in maniera “solo apparentemente” più fluida. Dead fa tutto da solo, lo si percepisce per come la musica esce “macchinosa”, sotto certi aspetti intenzionalmente artificiale, questo aspetto alla fine sarà determinante nel definire il piacere di ascolto di Thoughts, ma non solo visto che si parla praticamente di una costante di casa Ankhagram.

Sono due strumentali ad aprire e chiudere l’opera, l’opener è inusualmente breve e stranamente “ariosa” mentre il finale rende vana ogni speranza grazie al suo lento svanire. In mezzo troviamo quattro perle oscure e di inaudita lentezza, Don’t Feel This Life è quella regina, mentre il momento “transitorio” (note di piano affiancate al rumore di un treno che scorre sui binari e conseguente attacco elettrico a seguire tanto per intenderci) di Lost In Reality è forse il momento migliore di tutto l’album (almeno per quanto mi riguarda). Dopo diversi ascolti sono poi arrivato alla conclusione che l’apparente primaria inferiorità di I’m A Fake e Withous Us è solo data dalla suggestione, perché entrambi i brani risultano alla fin fine egualmente validi.

Funeral doom-death consigliato, un’alternativa ai soliti nomi “di spicco”, una realtà alla quale bisogna saper dare piccole opportunità al momento giusto.

About Duke "Selfish" Fog