Andreas Gross – Grounds Of Ashes

Attivi dal 2001 e con alle spalle una discreta quantità di album ecco tornare a distanza di un solo anno da Autumn Inventors il progetto di Andreas Gross e combriccola. La […]

Attivi dal 2001 e con alle spalle una discreta quantità di album ecco tornare a distanza di un solo anno da Autumn Inventors il progetto di Andreas Gross e combriccola. La formula rimane invariata anche su Grounds Of Ashes, ovvero: darkwave, gothic ed ethereal sound pronti a miscelarsi su adattamenti eleganti, delicati e dallo smalto positivamente “soporifero”.

Ancora una volta il nome Andreas Gross è ascolto da “si o no”, in pratica basterà il primo impatto per decidere le sorti della loro musica nei nostri personali confronti. Potrà benissimo accadere che la troviate suadente ed affascinante come poche, oppure vi tedierà dall’inizio alla fine grazie alla sua notevole carica “zuccherosa” (il miele non mancherà mai), carica che non sempre va bene a tutti diciamolo. Perché anche quando si parla di musica dark ognuno ha le sue particolari e sacrosante fisime.

Detto questo, per quanto mi riguarda posso dirmi di certo soddisfatto, alla fine il valore di Grounds Of Ashes arriva grossomodo a quello del suo predecessore (quindi se quello non vi era piaciuto quello lasciate pure perdere questo), l’ascolto del disco defluisce con piacere, senza opporre mai la più piccola resistenza, con quel “clima sognante” pronto ad invadere l’aria circostante in un fluttuare di note sospese e ritmi pronti a scavare l’inconscio.

E’ una dichiarazione d’intenti l’opener Vermillion (Part 2) (incredibile a dirsi ma indovinato coverizzare gli Slipknot) uno di quei brani in grado di generare l’atmosfera ideale già alla partenza, voce maschile eterea e linea vocale completamente indovinata per invogliare l’ascoltatore a proseguire il viaggio con la successiva traccia. In seguito sarà però la voce femminile a dominare il palcoscenico, partendo dalla “ninna nanna” notturna denominata Shadows (note liete e lente e una voce femminile delicata quanto basta per ottenere i risultati sperati), Lilith è invece la classica canzone da usare come “specchietto”, giro iniziale autunnale “che conta” (The Cure e This Empty Flow stanno lì a fissare beatamente) e sensazioni di trasporto a fioccare di continuo. Affascinante ipnotismo sulle note di Akephalos (una delle mie preferite, qui la voce femminile riesce a dare il meglio di se) mentre Soldiers non appare infine vincente quanto le altre. Succubus con il suo pianoforte ci tiene incollati alle casse, una strumentale semplice ma dall’effetto pressoché immediato. Appaiono sprazzi electro su Planet In Peril (troveremo anche una cornamusa) mentre Winter’s Day sussurra ancora una volta un linguaggio fatto di freddo trasporto. Sarà poi la tranquillità a regnare in conclusione, dapprima con Breathing My Words, poi con la nenia Share a chiudere definitivamente i battenti.

Il periodo autunno/inverno è chiaramente raccomandato, a dir poco perfetto per la fruizione di questo Grounds Of Ashes.

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