Amorphis – Under the Red Cloud

Ceselli, piccoli incastri strumentali che hanno fatto la loro storia continuano imperterriti a rigenerarsi, cose che a prescindere fanno -e faranno- sempre bene, anche perché cos’altro possiamo chiedere agli Amorphis […]

Ceselli, piccoli incastri strumentali che hanno fatto la loro storia continuano imperterriti a rigenerarsi, cose che a prescindere fanno -e faranno- sempre bene, anche perché cos’altro possiamo chiedere agli Amorphis oggi se non dischi così melodicamente “perfetti”. La loro fortuna sta anche in queste -se vogliamo- minuscole cose, fugaci inventive che addobbano un songwriting che ormai è diventato sempre più una garanzia, a discapito di tempo, ruggini e reinterpretazioni varie (diciamo che ogni volta sanno come estrarre il coniglio dal cilindro senza apporre drastiche rivoluzioni). Ascoltare gli Amorphis vuol dire provare sentimenti di purezza nei confronti della musica e dell’abilità che ci vuole per crearla, vuol dire aspettarsi un disco maturo ed efficace nel loro stile e stop. Se non si può negare loro l’uso del pilota automatico non si può nemmeno evitare di ammettere di come riescano puntualmente ad arrivare su livelli di una certa importanza con apparente semplicità. Forse un tempo potevamo aspettarci qualcosa di diverso (il trittico TuonelaAm UniversumFar From the Sun aveva scosso diversi animi e gusti, e solo il “raffreddamento” normale degli anni aveva riportato la giusta attenzione su alcuni di loro) ma oggi, in questi tempi difficili è meglio andare sul sicuro, e farlo significa continuare a perseverare su una squadra vincente ed un marchio subito distinguibile. Songwriting al solito voluttuoso, guidato dagli umori melodico/aggressivi del sempre più determinante (nel tempo) Tomi Joutsen, la sua voce sta riuscendo nell’allargare il “concetto Amorphis”, che ormai non può essere solamente rappresentata dal binomio Tales from the Thousand Lakes/Elegy (anche se qualcosina arriva a trasparire sulla nuova creazione, giusto qualche breve fraseggio che -ben inteso- male non fa), giostrando sui due lati (melodico aggressivo) con premeditata volontà di smezzare la questione; ora non sono stato lì a cronometrare, però ho avvertito molto bilanciamento e non era assolutamente cosa scontata.

La title track ha una partenza di una bellezza bruciante (ideale per aprire i concerti, note che stenteranno nel venire lavate via), melodia impeccabile che sfocia con forza sul un refrain entusiasmante, da gridare subitaneamente a squarciagola (voce pulita o growl? Io le prendo tutte e due indifferentemente!). The Four Wise Ones riesce a far connettere spunti “arabeschi” dei vecchi Amorphis con quelli che il tempo meticolosamente è riuscito a consolidare (con un discorso ad ampio raggio un po tutto l’album arriva a farlo), il death metal melodico che muore su sensazioni progressive e vintage (a tal proposito l’emblema potrebbero essere le digressioni di The Skull, semplice “inno” che non fa altro che rinverdire e gridare per l’ennesima il loro credo, e tutto ciò che così bene sanno far brillare). Con Bad Blood se ne escono fuori con strofe non troppo dissimili dal modus operandi Amon Amarth, mentre Dark Path dopo accesi dibattiti interni è venuta fuori in qualità di mia prediletta, strofa arrembante-diabolico-andante e chorus che puntualmente non posso fare a meno di invocare, mimare o qualsiasi altra cosa mi sia concessa fare. Fra le restanti troviamo Tree of Ages e la sua non indifferente carica folk (al flauto troveremo Chrigel Glanzmann degli Eluveitie, ospite speciale anche sulla “tenebrosa” e stratificata Death of a King), l’easy e “drammatica hit” dal ritornello assuefante Sacrifice, nonché l’ultima White Night con il suo particolare “duetto riflessivo” (fra il “sussurrato” di Aleah Stanbridge e l’evanescente/sempre convincente chorus di Tomi)

Ruffiani ma creativi, sfruttano il loro momento applicandosi con classe, una classe che continua imperterrita a sorridergli. Il merito va pure a una produzione viva e sensoriale, capace di farti godere per tante piccole cose, cose che vanno ben oltre la semplice bellezza delle canzoni. Gli Amorphis rigettano fuori un disco da saper apprezzare, che “sbadiglia” -per quanto mi riguarda- solamente su Enemy at the Gates (anche se non in maniera così rovinosa), per il resto c’è da essere contenti, a maggior ragione se le pretese navigano su alcune frequenze che la band ha decretato come base di partenza da diverso tempo a questa parte (siamo nel lato “spiccatamente commerciale” della faccenda, lo sforzo sta nell’accettarlo, anche perché il loro caso rappresenta una visione dettagliata e particolare della stessa). Pensate mai che pur suonando differenti (anche se qualcosa qui e lì coincide) è come se gli Amorphis avessero fatto “il colpo” raccattandosi sul groppone i non pochi orfani dei connazionali Sentenced? A volte penso sia stata una tempistica più che perfetta.

Ma alla fine posso dire quello che voglio, posso cercare di farla “meno grossa” di quanto potrebbe effettivamente essere, ciò che realmente conta è quell’entusiasmo rigenerante che mi cattura con puntualità ogni volta che ascolto Under the Red Cloud, basta solo quello a far decadere ogni tipo di congettura, perché la consegna della ragione nelle mani degli Amorphis anche questa volta è cosa fatta, respirabile, reale.

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