Amon Amarth – Jomsviking

“Due prove fanno un indizio” per il mondo Amon Amarth, ma loro di certo “ se ne stanno”, scegliendo per il nuovo Jomsviking coordinate che possano accontentare più o meno […]

Due prove fanno un indizio” per il mondo Amon Amarth, ma loro di certo “ se ne stanno”, scegliendo per il nuovo Jomsviking coordinate che possano accontentare più o meno tutti (alla fine anche io per quanto non sei effettivamente euforico, sotto alla sufficienza non riesco mai ad andare) nel confezionare un nuovo disco che assicurerà loro rinnovato successo e tour in giro per il mondo come se non ci fosse un domani.

Tre anni dopo Deceiver of the Gods arriva Jomsviking, un album che almeno sulla carta poteva surclassare qualitativamente il “fortunato” (in termine di vendite) predecessore. Ma gli Amon Amarth, sono ormai questi, si spogliano in parte del loro classico pathos per correre in direzione delle folle che si accalcheranno ciclicamente sotto i palchi di mezzo mondo, a loro forniranno questo cibo, questi ritornelli da cantare fraternamente abbracciati (meglio se ubriachi), e non ci sarebbe niente di male nel farlo se prima non mi avessero composto dischi e pezzi tre volte più riusciti, “articolati” e segnati da una costante presenza di sangue/bava sulla bocca. Semplicemente si è perso il mordente, “la magia”, quella magia che resta qui e là ottimamente sparsa (il trademark è pur sempre il trademark e non lo smarriscono) ma che non domina come sapeva fare fino a prima (mi ripeterò, ma quel Surtur Rising tanto bistrattato dalla critica lo vorrei di nuovo adesso, dopo aver ottenuto questi risultati negli ultimi anni).

E dunque cantiamo, balliamo (se Wanderer è quasi sicuramente –per quanto mi riguarda- il loro brano peggiore di sempre, Raise Your Horns è di sicuro quello da “livello più basso” in assoluto) trascinati da un songwriting che arranca -purtroppo- a più riprese, con piccole folate pronte a spegnersi su una copertina tanto inusuale per quanto concerne la tinta quanto bella, sfondo ideale del concept vichingo scelto per l’occasione. Cosa succede se spogliamo Jomsviking da queste “seghe” di facciata? Per le mani ci resta certamente un buon disco metal, più “zuccheroso” del solito se non fosse per il consueto vocione ingannatore del bestione Hegg, sempre pronto a ricordarci passato e presente d’estreme fattezze.

L’apertura con First Kill è però una bella dimostrazione di speranza, un pezzo in grado di crescere rapidamente, capace di illudere e penetrare barriere per unire al meglio il passato Amon Amarth con l’attuale presente. Ma questo bel risultato sarà in seguito solo intravisto, nonostante le varie On a Sea of Blood, One Against All, The Way of Vikings e One Thousand Burning Arrows tentino di starle a ruota. Capitoli a parte sono la meritevole ed ultima marcia dal nome Back on Northern Shores (pezzo lento da “onesto compitino sempre gradito”) e A Dream That Cannot Be (straniante epico duetto con Doro Pesch, da poter giudicare al meglio solo nel tempo) mentre si faranno fatica a digerire le già citate Wanderer e Raise Your Horns o l’inconcludente At Dawn’s First Light.

Jomsviking sarà molto probabilmente un successo, un successo che li farà rimanere su queste beate coordinate, ma attenzione perché quel filo di corda che li sta ancora reggendo potrebbe spezzarsi se le cose dovessero rendersi ulteriormente “statiche”.

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