Amon Amarth – Deceiver of the Gods

Delusione, fluttuanti sensazioni di sufficienza aspettando la scintilla -non ancora pervenuta- che renda il nono capitolo di casa Amon Amarth qualcosa di più di ciò che è. No, non mi […]

Delusione, fluttuanti sensazioni di sufficienza aspettando la scintilla -non ancora pervenuta- che renda il nono capitolo di casa Amon Amarth qualcosa di più di ciò che è. No, non mi sentirete dire cose del tipo “sono sempre gli stessi e blabla vari”, a me quello poco importa, se un disco contiene i brani giusti ogni possibile discorso di evoluzione può benissimo andare a farsi fottere. E proprio come avevo “trionfeggiato” Surtur Rising (che invece tanti parrebbe aver deluso) ora mi vedo “demolire” in buona parte questo nuovo Deceiver of the Gods, un lavoro che arriva “stanco” alle mie orecchie, il primo ascolto addirittura mi aveva annoiato (cosa mai successa con loro) per poi migliorare lievemente in seguito.

Rimane oggettivamente difficile dire: “no, evitate questo disco”, perché le leggi scritte nel tempo dagli Amon Amarth sono tanto semplici quanto azzeccate (il riscontro del pubblico vale più di mille parole a vanvera), sanno prenderti anche quando non sono al massimo della loro lucentezza, perché si, sono sempre loro, a questo giro forse un pochino troppo melodici ma pur sempre loro. Quel che è certo è che non mi ci vuole uno sforzo di memoria per ripercorrere tutta la discografia passo per passo, per andare a cercare un qualcosa inferiore a Deceiver of the Gods, so già in partenza che è questo il gradino più basso della loro discografia; e tutto questo ci sta, ci sta quando sei sulla cresta dell’onda da tanti anni e in tutto questo tempo non hai fatto altro che proseguire nel tuo solido e fiammeggiante credo. Ci sono alcune canzoni che comunque fanno sentire che loro ci sono ancora, ma diventa anche sempre più difficile riuscire a pescarle, scriverle, nel poco tempo a disposizione tra un full-lenght e l’altro (music business tiranno!). Forse proprio per questo si sono rifugiati a questo giro su un retaggio più classico ed “arioso” del solito (parti alla Iron Maiden e refrain alla Judas Priest si riconoscono fin da subito, ma siamo sicuri che sia la giusta strada da percorrere? a me viene da dire di no con risultati alla mano), un retaggio che comunque non snatura ciò che da sempre sono gli Amon Amarth.

Pollice all’insù per la title track, solita opener che trascina, indovinata la melodia, il riffing e il refrain, una nuova sicurezza dal vivo. Anche As Loke Falls dopo lo scetticismo iniziale si aggrega alle cose migliori del disco. Partecipano al gruppetto anche l’epica Under Siege e la nuovamente classica Amon Amarth track We Shall Destroy (si, le cose diciamo “già sentite” sono quelle che mi prendono di più, strano a sentirsi?). Hel da parte sua farà partire più di un collo, riuscita e giustamente oscura traccia che vede un apprezzato e “lacrimoso” duetto tra un mostruoso Hegg e l’onirico Messiah Marcolin. Infine la conclusiva epopea di Warriors of the North chiude salvaguardando l’intera opera fra passaggi di pregevole fattura in continuo susseguirsi.

Le mie delusioni “cocenti”  sono invece i pezzi diciamo “in your face” come Father of the Wolf (il cui refrain non riesco a tollerare), Shape Shifter e Blood Eagle, a cui aggiungo una Coming of the Tide davvero troppo “riciclata” seppur in fondo maggiormente digeribile.

Ormai gli Amon Amarth sono in quella situazione dove qualsiasi cosa tu faccia “avrai comunque la maggioranza di consensi”, quindi con loro ha pure poco senso stare a scrivere, di fatto sarebbe più semplice mettere solo il voto ed evitare di sperperare troppe parole. Il consiglio principale è quello di pensare con la propria testa e non con quella degli altri, prendere Deceiver of the Gods per quello che realmente vale nella sola e unica nostra sfera, senza dover per forza difendere un qualcosa o qualcuno a tutti i costi. Allora potrà benissimo essere un piccolo/grande “passo falso” oppure il nuovo ed incredibile metodo di “evoluzione” escogitato dalla band Svedese per i prossimi anni.
Di certo un concept su Loki meritava una massiccia/ampia dose di oscurità di fondo (la copertina svolge a riguardo miglior lavoro rispetto la musica) più di quanto fatto dalle sole Hel e Under Siege.

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