Alunah – Awakening the Forest

Le armi, le modalità erano state presentate già all’esordio, con un Call of Avernus che già puzzava d’evento nel suo piccolo. Il cammino degli inglesi Alunah è dunque proseguito come […]

Le armi, le modalità erano state presentate già all’esordio, con un Call of Avernus che già puzzava d’evento nel suo piccolo. Il cammino degli inglesi Alunah è dunque proseguito come ci si poteva aspettare, dapprima con l’ottimo White Hoarhound, poi durante il 2014 l’approdo su Napalm Records ha segnato il passo definitivo, quello che riesce andare poco oltre l’area circoscritta dalla scena doom metal. Ma queste parole non devono assolutamente ingannare, la band continua difatti a caricarsi sulle spalle un determinato “peso antico”, voglioso di straripare in tutta la sua carica cerimoniale e feeling passionali, l’unica “aggravante” sarà quella di poter arrivare ad orecchie magari insolite e abituate ad ascoltare tutt’altro tipo di musica (aumentano le possibilità, non diminuisce affatto la loro essenza). E l’ingresso in saloni più frequentati non poteva avvenire in modo migliore, con un Awakening the Forest che rende bene la crescente sostanza del loro songwriting. Ci troviamo difatti al cospetto di un lavoro molto funzionale (“furbetto” se vogliamo, completamente adatto alla situazione), colorato ed esalatore di potenti profumi, già a partire dalla copertina. Si avvertono distintamente tocco e passione, il rapporto con la musica si presta subito a raggiungere una data “totalità”, così ammaliati da chitarre soporifere, torbide ma certamente amiche (che spingono a loro modo solo quando devono) e la voce di una Sophie Day sempre meglio ad ogni nuova uscita. Le composizioni degli Alunah risaltano all’orecchio in qualità di piacevoli nenie, non sarà per niente complicato inerpicarsi su note soffuse ma perfettamente coscienti del loro oscuro e rituale potenziale; tuttavia rinnovati ascolti non potranno che giovare a questi pochi ma risoluti brani.

La parte da leone la lasciamo volentieri a Heavy Bough, pezzo “dannato”, trascinante e forte di un refrain impossibile da schiodare via (per me, autentico ed irrefrenabile tormentone da ascoltare ripetutamente). La rimanenza fa giocare la sua battaglia su respiri decisamente più ampi e pazienti, note di merito vanno sicuramente all’apertura e alla chiusura del rituale (l’abbraccio confortevole di Bricket Wood Coven e la persuasione di Scourge and the Kiss, anche mia seconda prediletta sulla distanza) ma anche il cuore del disco con la mistica, eterea ed emblematica title track o The Mask of Herne si difende più che bene.

Doom metal classico, dalle forme sinuose e con accenti stoner, se non siete soliti richiedere miracoli Awakening the Forest riuscirà senz’altro a farvi passare una quarantina di minuti “a modo”, la soddisfazione sarà piena e così abbondante da saziare.

About Duke "Selfish" Fog