Alternative 4 – The Obscurants

Ecco fare ritorno quel geniaccio di Duncan Patterson, chi già conosce o segue le sue procedure di composizione potrà farsi una primaria ma comunque forte idea di umori e sensazioni […]

Ecco fare ritorno quel geniaccio di Duncan Patterson, chi già conosce o segue le sue procedure di composizione potrà farsi una primaria ma comunque forte idea di umori e sensazioni sulle quali sarà destinato puntualmente a sbattere (musica tranquilla= impatto emotivo devastante) per l’ennesima volta. A niente sono servite le lezioni con Anathema prima e Antimatter poi, vivere equivale a ripetere gli stessi errori, legge applicabile soprattutto alla musica, più determinate melodie arrivano “a far male” e più noi -di rimando- arriviamo a sentirne un nevralgico bisogno (anche se con le dovute eccezioni). Il tocco di Duncan rimane perfettamente distinguibile pure nella nuova fatica The Obscurants (disco capace di guardare avanti partendo dall’indietro, i profumi dei lavori passati si sentono forti e chiari, vi si apriranno squarci dal disco da cui il progetto prende nome così come dai primi ed “ermetici” lavori degli Antimatter), il titolo fa intuire molto bene il tipo di luce capace di oltrepassare l’oscuro e quasi impenetrabile manto di negatività, brevi scorci su una tela composta da sola disperazione, la voglia di scavare nel tentativo di portare in superficie quel poco che si potrà. E’ una visuale distorta quella che si erge, la copertina da questo punto di vista vale più di mille parole, perché basta poco per non notare un qualcosa di evidente, ancora meno per essere distolti dai concetti veramente importanti che ci appartengono in qualità di esseri umani. Con The Obscurants gli Alternative 4 cercano un suono per il detto “fumo negli occhi”, l’unica controindicazione sta ovviamente sulla musica, potrà non piacere o lasciare perfino indifferenti, non importa quale “alternativa” deciderà di scegliere il vostro bagaglio d’esperienza (ovviamente c’è pure quella di rimanerne schiavi, rapiti o per rendere meglio l’idea “perfettamente immobili”) perché inconsapevolmente alcuni semi -che lo vogliate o meno- avranno già cominciato a sussistere dentro di voi, sarà unicamente compito vostro decidere se annaffiarli o meno con nuovi, determinanti ascolti.

Otto canzoni che arrivano -come al solito- nel dare quel forte odore di “non canzone” (venitemi dietro suvvia), la qualità dominante rimane quella di chiedere/esigere in cambio solo un forte spiazzamento sensoriale, un lento trasporto, quasi abulico, una piaga pronta ad aprire le sue candide fauci per rilasciarci solamente quando i giochi saranno dichiarati conclusi.

Cercare etichette sarà riduttivo, potremo limitarci nel definirli come rock malinconico/sperimentale, ma mentre lo stai pensando la musica ti dice in simultanea di come te ne devi sbattere delle etichette, l’imperativo è premere il dannato tasto play, lasciarsi trasportare, creare quella connessione che il disco cerca di trasmetterti con i suoi armoniosi mezzi. Quanto è raffinato l’inizio costituito da Theme For The Obscurantist e Paracosm (per sbaglio mi sono partite mentre guardavo il film Locke, non vi sto a dire come la situazione fosse d’assurda e straniante pelle d’oca, spiegato perfettamente l’incredibile potere di immagini e musica sovrapposte), quest’ultima con i suoi undici minuti è anche il brano più lungo dell’album, la partenza vocale un innato capolavoro, le digressioni strumentali nella seconda parte arrivano invece col toglierti presto la bussola di mano. Il nuovo cantante Simon Flatley si mette in evidenza su Returning The Screw (dei Fugazi ,presenti tiepidi quanto surreali interventi lirici femminili) ma soprattutto nell’evanescente lentone Dina (impossibile non pensare a LORO, vero?). Si prosegue con Lifeline, l’acustico in grado d’inchiodare, l’intimità pronta ad invadere come un fiume in piena, unitamente a Paracosm definibile come mio momento preferito di questi -troppo veloci- cinquanta minuti (ma questo è un lavoro che potrà “pungere” in diverse parti, praticamente ogni secondo ambisce ad essere “quello buono”, una vasta scelta che muterà sicuramente da persona in persona). The Tragedy Shield unisce l’introspettivo all’onirico, Mr.Black è assurda, inizio completamente slegato dal climax che si arriverà a toccare poco dopo, opera d’arte sensoriale. Closure ripete il gioco delle emozioni miste, prima conferisce un ritmo “vergine” al disco, poi termina come se questo non ci fosse mai stato grazie ad una splendida quanto “sbiadente” armonia.

The Obscurants è pieno di suoni e di riverberi, al di sotto di ciò che fluttua ci sono accuratezza e chirurgia incredibili, i nostri grazie alle loro abilità rendono il nostro “lavoro” solamente più semplice, una cosa però è certa, maggiore sarà la voglia, maggiori saranno i pregi/segreti che saprete scoprire o evidenziare con il vostro orecchio.

Sono sicuro sulle potenzialità praticamente “infinite” di The Obscurants ma non lo sono altrettanto quando c’è da quantificare “questa” musica con un semplice numerino. Meglio rimanere alla larga dalle cose materiali, pensiamo solo all’ineccepibile ed inestimabile risultato di fondo.

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