Albireon – L’Inverno e L’Aquilone

Basta un rapido sguardo alla copertina, all’artwork in tinta di un libretto semplice, curato ed indispensabile (ad opera di Massimo Romagnoli) per cadere vittime nella nuova trappola costruita da Albireon. […]

Basta un rapido sguardo alla copertina, all’artwork in tinta di un libretto semplice, curato ed indispensabile (ad opera di Massimo Romagnoli) per cadere vittime nella nuova trappola costruita da Albireon. Un nuovo disco, un nuovo colore, ma vecchi e solidi sapori, accenti che non ne vogliono proprio sapere di cambiare forma o tradizione. Non era facile uscirsene sulla scia di un doppio cd del calibro di Le Fiabe Dei Ragni Funamboli, non era facile trovare la giusta via per bissare qualitativamente un capitolo così denso d’emozioni  sino a scoppiare, lacrimevole dietro ogni svolta, e dietro ogni piccolo sentiero che andava a creare. Lo sapeva bene Davide Borghi, così bene che per il nuovo L’Inverno e L’Aquilone ha deciso di passare ad umori diciamo “caldi o tendenti al tiepido”, capaci di calamitare già dopo un primo e fugace passaggio (farà eccezione solo il finale, ma ci arriveremo).

Dolci passi appena sussurati che entrano dentro squarciando silenziosamente l’anima, la title track rende l’ingresso nel disco così facile, così malinconico da lasciare a dir poco inebetiti. Più movimentata e pungente la successiva Sentieri di Crinale (favolosa quando lancia quel vento di melodia) mentre al primo brano cantato in inglese Through Winter Fires è affidato il trasporto, con un pensiero in grado di volare subito lontano, opportunamente distaccato, ma senza mai perdere quel particolare potere viscerale stampato nel cuore. Con Gli Aironi veniamo catapultati dentro un nuovo andamento (a questo turno l’etichetta reciterebbe: “una nenia amara”), giusto per sottolineare anche ai più sordi l’incredibile varietà che alberga silenziosa dentro l’album. Si può essere un minimo vari anche con poco, Albireon ci mostra una sorta di “guida” su come fare ad affrontare tale missione gradino dopo gradino. Con Imbrunire avvertiremo invece un piacevole e lontano sentimento di conforto, guidati dalla voce ferma e “materna” di Davide (il brano è stato scelto non a caso come “bonus track” finale, una hide & seek version che vede protagonista la voce “spezzata” di Gianni Pedretti dei Colloquio) che bissa con dolcezza attraverso le appuntite e ciondolanti note di Costellazioni. Kezia lascia cadere un velo più cupo, aprendo ad un finale “meno immediato” inaugurato dalla sensorialità inquietante di The Stolen Child (come ospite vocale femminile troveremo Maria Cristina Anzola dei The Blue Project a duettare con lei troveremo il narrato di Carlo Baja Gurienti) e proseguito da un “nuovo quieto classico Albireon” intitolato Nel Regno Di Ereviost (forte di una melodia capace di rimanere scolpita più di altre). Il lento manto ondoso di Park Of Silent Angels ci introduce la suite The Black Harbour e i suoi nove minuti opportunamente “dispersi” su tre blandi movimenti (i primi due sono strumentali, l’ultimo rivede protagonista la “rimembranza vocale” di Carlo Baja Gurienti). Ormai a pezzi siamo pronti a spezzarci un’ultima volta sull’ultimo passaggio strumentale chiamato Beslan 2004, nemmeno a questo giro servono parole, ma solo sincero dolore.

Dubbi ne avevo ben pochi (per non dire nulli), anche se per gusto personale continuo a preferire il diretto predecessore Le Fiabe Dei Ragni Funamboli rimane da dire che L’Inverno e L’Aquilone è un disco da lasciarsi scorrere addosso, preferibilmente al chiarore di un malinconico-rosso-tramonto.

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