Albez Duz – The Coming of Mictlan

Albez Duz, tedeschi, qui al secondo disco. E’ un’estrema passionalità a muoverli, la fretta è accuratamente nascosta dentro un vicino ripostiglio perché le azioni vanno ponderate, fatte per bene altrimenti […]

Albez Duz, tedeschi, qui al secondo disco. E’ un’estrema passionalità a muoverli, la fretta è accuratamente nascosta dentro un vicino ripostiglio perché le azioni vanno ponderate, fatte per bene altrimenti non si iniziano nemmeno, questo il concetto che sembra muoverli, il risultato è sotto le orecchie e si chiama The Coming of Mictlan. Un disco solido e armonico, che ambisce al giusto senza scadere maldestramente, uno di quei viaggi particolari dove a regnare è una sorta di “pace illusoria” situata a soli pochi centimetri dalla “magnificenza”.

Tante volte non riesco a capire come si dividono esattamente i gusti, cosa fa scattare quella precisa “molla” che divide un insieme di suoni da altri suoi simili, cosa ci fa preferire questo piuttosto che quello. Così mi sono ritrovato abbarbicato su questi pensieri durante l’intero ascolto di The Coming of Mictlan, a domandarmi perché certe volte non si riesce a superare un limite, eppure guardi e riguardi (soprattutto riascolti) ed tutto perfetto, tutto liscio e splendidamente soffuso, note capaci di farti stropicciare gli occhi da quanto sono belle e intriganti. Ma il tutto non va mai oltre una certa linea, si rimane lì, bloccati sopra un buon giudizio ma con addosso la voglia d’andare oltre. Ma se l’incremento sembra subire una brusca “frenata” non ci sono problemi per il lato opposto, il disco è bello e su questo non ci piove, nettamente sopra la sufficienza, l’unico problema è che ti fa profumare a tratti un odore ancor migliore, quasi ci rimani male quando non lo senti crescere proporzionalmente.

Gli Albez Duz suonano doom metal atmosferico dalle sinuose linee gothic, risvolti occulti vengono posti in maniera ordinata ad impreziosire. Si pagano debiti ad alcuni “stampi intrusivi”, già facilmente riconoscibili ad un primo e veloce approccio. Il bello è come tutto si fonde a favore dell’incedere base, il mood rimane stabile mentre le varie influenze fungono come appariscenti “special guest”, variopinte eccezioni sul tema principale (poteva essere tutto un azzardo ed invece no, d’altronde sono passati cinque anni dal primo disco omonimo ed ormai era tardi per dimostrare indecisione).

I minuti sono 48 e c’è anche il tempo per la valorizzazione di Twist in my Sobriety (cover di Tanita Tikaram, terapeutico regalo “dark” di chiusura). La ritualistica Heaven’s Blind introduce Fire Wings e al suo ridondante, sacro e stra-classico doom metal. Non potremo fare a meno di notare l’ottima ugola profonda di Alfonso Brito Lopez (complimenti!) che qui ci mostra solamente una delle sue tante incarnazioni (una ci porterà magicamente al sempre compianto Peter Steele), tutte -ovviamente- riuscitissime. Con Mictlan le cose si fanno ancor più sorprendenti, il pezzo prende quota e perfora, cambia forma (un grazie al sentitissimo assolo e a certe linee vocali) ma mai l’equilibrio, dando la necessaria/giusta scossa dopo la “linearità” del brano precedente. Feathered Snake vibra ed evoca, ci molla a terra a peso morto e liturgico, immette anche limpide influenze appartenenti ai Tiamat, influenze che prenderanno il dominio nella tranquilla danza dal nome Drowned (davvero impossibile non buttare un pensiero al binomio Pink Floyd/Wildhoney). Servants of Light sembra voler chiudere con ordine il cerchio cominciato con Fire Wings, doom metal “di mestiere”, note che sapranno persuadere indifferentemente l’attempato e il giovincello.

The Coming of Mictlan ha ricevuto diverse cure, per la versione cd dovrete rivolgervi alla Archaic Sound mentre la stampa in vinile è stata “gestita” dalla Iron Bonehead Productions. Inutile rimarcarne infine la bontà (come se non si fosse capito), detta alla spicciola: “prendetelo e vedrete che non vi deluderà”.

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