Alas – Absolute Purity

Diamo un poco di attenzione a questo lavoro uscito anni addietro (si parla del 2001), lavoro che ho sempre ascoltato con molta voglia, addirittura con più frequenza rispetto a tanti […]

Diamo un poco di attenzione a questo lavoro uscito anni addietro (si parla del 2001), lavoro che ho sempre ascoltato con molta voglia, addirittura con più frequenza rispetto a tanti conclamati capolavori.
Il monicker Alas era nient’altro che la valvola di sfogo di Erik Rutan (valvola di sfogo al contrario per uno che ha fatto del death metal il suo lavoro, quindi potete già intuire di cosa si sta parlando), famoso per essere leader degli Hate Eternal e dal passato Morbid Angel/Ripping Corpse oltre che stimato produttore. L’indirizzo scelto indicava così la voce “gothic metal”, ma fermarsi alla sola etichetta era “troppo poco” per i suoi intenti, così via di leggiadria, via ogni componente vocale maschile e campo libero a quella femminile, in forma, grazia e bellezza di Martina Astner (conosciuta già sui progetti Therion, Korova e Dreams Of Sanity).

L’album si porta dietro una particolare etichetta “heavy-gothic”, ma se ne potrebbero trovare altre limitrofe e più ricercate vista “la fabbrica del riff” prima imbastita e poi messa lentamente in moto, fabbrica che regala totale libertà alla “divina Martina”, come d’altronde potremo già intuire dall’iniziale title track (pulizia eterea e sprazzi da soprano che badano ad un risultato primariamente leggero e soave). Le canzoni del disco vanno tutte in una direzione precisa e ragionata, tanto da registrare la totale assenza di momenti veloci o di ogni tipologia possibile di brutalità.
La seconda The Enchanted è rimasta come mia preferita del lavoro, adoro le parti liriche e l’effetto dato dal ritornello che sembra creare uno straniante “vortice psicotico”, il tutto sotto l’attento sguardo di Erik e dei suoi godibili fraseggi. Endlessly Searching avanza leggiadra, le sue atmosfere rilassate lasciano un senso d’inquietudine particolare e saporito. I brani appaiono molto simili fra di loro, ma attenti ascolti riveleranno le direzioni differenti intraprese, diciamo che già al secondo giro si potrà fare maggior chiarezza a riguardo.
La ritmica di Silencing the Sorrow è assolutamente vorticante mentre di Loss of a Life adoro tantissimo il chorus, così intimo e particolare (Martina si mette in evidenza ovunque c’è da dire, seguire le sue linee vocali diventa sempre un vero piacere). D’altronde la bontà di quest’opera unica degli Alas la si capisce anche sul pezzo più breve Tragedies capace com’è di regalare uno dei migliori ritornelli dell’insieme.

C’è simbiosi perfetta fra le ritmiche proposte dalle chitarre e la prova maiuscola della Astner, con Quest of Serenity lo capiamo forse in maniera definitva, la canzone si dimena fra l’epico e il sognante, in scia agli splendidi intrecci proposti da un composto Rutan. L’attacco di Rejection of What You Perceive ci manda lontani segnali “death metal” svelando di fatto tutto il lavoro e la genialità del mastermind (quella di riuscire ad adoperare un riffing estremo a favore di una proposta prettamente soft).

Il disco degli Alas è da sconsigliare a chi si ciba unicamente di metal estremo (visto il nome implicato meglio comunque specificare), mentre chi ama suoni avvolgenti e pieni troverà certamente un qualcosa di speciale sul quale lavorare. Come già detto Absolute Purity è disco da “ripescaggio”, a maggior ragione se visto con gli occhi di oggi, occhi che vedono in lui una particolarità ancor più accesa e marcata rispetto al passato. Qualcosa vorrà pur dire per questo prodotto realizzato dalla mitica Hammerheart Records (dio mio, quante gemme sfornava!).

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