Akphaezya – Anthology IV: The Tragedy Of Nerak

E’ un intreccio musicale raffinato, eclettico quello che ci piazzano nella “grassa portata” i francesi Akphaezya in occasione della loro seconda fatica discografica. La loro abilità strumentale è davvero elevata, […]

E’ un intreccio musicale raffinato, eclettico quello che ci piazzano nella “grassa portata” i francesi Akphaezya in occasione della loro seconda fatica discografica.

La loro abilità strumentale è davvero elevata, smisurata, sgorga fuori limpida tanto che ogni secondo di Anthology IV: The Tragedy Of Nerak è considerabile come una sorta di grande e capiente respiro. Non è facile imbattersi su un disco così ricco e vario, un lavoro che potrà benissimo essere spacciato ai perfezionisti del progressive metal tanto quanto agli estimatori del più complicato e raffinato avantgarde metal (al quale aggiungo un tocco orientaleggiante che mi ha ricordato subito i Dead Can Dance). Un miscuglio perfettamente riuscito dove a trionfare sarà l’insieme, dove nulla sarà da scartare ma tutto da “acchiappare” in totale avidità. Ogni frangente proposto dagli Akphaezya -nonostante la non semplicità di fondo- richiede tuttavia poco rodaggio per poter entrare in circolo, dopodiché ci troveremo “veggenti”, testimoni di passaggi che ricorderemo prontamente poco prima del loro svolgimento. Incredibile. C’è davvero di tutto in questo disco, ci sono momenti aggressivi con alcune comparse di un “timido growl”, c’è una “follia ragionata” che fa strabuzzare gli occhi per la chirurgia con la quale viene esposta. Si trova anche dell’epico ma di fondo i colori che al meglio rappresentano il lavoro sono l’azzurro del mare e una solarità accecante. Gli Akphaezya irrompono, squarciano e catturano inequivocabilmente (difficile risultare apatici di fronte a codeste meraviglie) con un concept album tutto da scoprire (e riscoprire continuamente).

Impossibile non elogiare la varietà, la colorazione vocale di Nehl Aelin, una cantante completa e personale, capace di mutare il proprio registro con una facilità a dir poco impressionante.

La prima traccia A Slow Vertigo ammalia ma con “il pilota automatico”, diciamo che sarà il pezzo “più normale” del lotto, ma è proprio in tali occasioni che fuoriesce il genio, quando si crea un qualcosa di speciale senza il bisogno di stupire ad ogni costo. Alla fine A Slow Vertigo è proprio una delle mie preferite anche per questo. L’alchimia sonora si compatta da sola, piccoli torrenti che portano ad un grande fiume, ascoltare il basso sarà ad esempio una vera goduria, sempre presente e sempre brillante, allo stesso modo non si potrà soprassedere su una batteria reattiva nel fornire quella fondamentale marcia stravagante in più. Chitarre e tastiere pensano invece a piazzare quelle fondamenta che formano la fortuna di Anthology IV: The Tragedy Of Nerak. Sophrosyne è una lezione d’avanguardia tanto inquieta quanto impressionante. Utopia è schizofrenia teatral/orientale mentre Hubris acutizza lo spirito tragico che aleggia -senza darlo troppo a sentire- costantemente su tutta l’opera. Toccante l’intermezzo pianistico di Transe H.L. 2 che ha il compito di spezzare il disco in due speciali tronconi. Genesis riparte su toni heavy ed epici (e qui bisogna inchinarsi ancora una volta davanti a Nehl, incredibile la potenza vocale e quel emozionantissimo crescendo) mentre l’acustica Dystopia arriva per abbracciare l’ascoltatore con mestiere etereo/onirico. Nemesis riporta l’elettricità e il “teatro”, velocità e follia si uniscono in un tutt’uno impossibile da immaginare. Gli otto minuti di The Harsh Verdict assieme all’outro chiudono il disco alla grande, un viaggio-sbornia di appena 51 minuti (che non dico sembrano il doppio ma quasi) attraverso differenti mondi e stili, un traguardo per chi vuole la parola “esplorazione” dietro ogni via.

Sebbene gli Akphaezya non siano effettivamente uguali a nessuna di queste formazioni ne consiglio l’ascolto a chi ha apprezzato i Dream Theater (in modo particolare quelli di Awake), la compagnia norvegese formata dai baldi Solefald/Atrox/The 3rd And The Mortal/Arcturus -o la varietà espressa dagli Unexpect– unite ad un tocco orientaleggiante mai fuori posto.

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