Aborted – Global Flatline

Quando si tratta di parlare di buoni dischi non è mai troppo tardi. Così come non è mai banale dire le solite cose sui soliti gruppi, quelli che non deludono […]

Quando si tratta di parlare di buoni dischi non è mai troppo tardi. Così come non è mai banale dire le solite cose sui soliti gruppi, quelli che non deludono mai, quelli che sembrano in grado di creare sono superba magnificenza.

E’ proprio questo il caso degli Aborted, una band che ha sempre fatto la differenza nel genere più brutale, chirurgico e gore del metallo pesante, l’anello di congiunzione fra il Death Metal più tecnico/blafemo ed il Grind insegnato dai Carcass molto tempo prima. La voglia di essere perfetti unita all’infinita sete di violenza, la capacità di variare un singolo pezzo all’interno del disco senza mai snaturarsi, la grandezza di un songwriting estremamente pensato, servito per far male con annessa la capacità di non far mai veramente “riposare” il cervello durante l’esecuzione del macello. Global Flatline è proprio questo, una inarrestabile forza che si scaglia contro tutto (in particolare, in via diretta, contro le vie acustico-psichiche) e tutti, sotto certi aspetti il raggiungimento della “perfezione” sonora applicata alla brutalità, cose che magari un tempo ci saremmo solo sognati di poter sentire. A volte penso anche che per poter ascoltare lavori di questo tipo bisogna arrivare a pensare ed agire come macchine, questo rappresenta la lama a doppio taglio di questa musica, e a volte non è di certo un bene.

Gli Aborted sono carneficina, una carneficina che a questo giro si placa solamente durante lo svolgimento dell’ultima canzone in scaletta intitolata Endstille, un pezzo che potrebbe far presagire possibili pachidermiche linee future, o magari solo un semplice modo per concludere in maniera anormale un qualcosa che poco prima era come dire “normale” (a piacimento potete pure invertire i termini, il risultato non cambia) o quantomeno vagamente lineare. Non ci sono canzoni troppo brevi o di troppo lunghe, tutto arriva dove è necessario arrivare, si arresta per qualche momento “rallenty” nel momento giusto (non se ne abusa ed è meglio così) e anche i pochi momenti “melodici” non stonano affatto, anzi bisogna pure stare a rimarcarne la bellezza (uno su tutti quel “lies upon lies, upon lies” di Our Father, Who Art of Feces).

I tre quarti d’ora di Global Flatline passano rapidi e fanno realmente male in certi punti, stordiscono completamente ma passano pure inaspettatamente fluenti (e ci rimani quasi male nel realizzarlo). Il massimo dei voti se lo meritano delle chitarre che sputano fuori riffs di ogni tipo, dapprima semplicemente pazze, poi schizofreniche e successivamente ammorbanti. Chili e chili di cemento armato calati sopra un “fresco” cadavere, un corpo che aldilà di tutto è ancora caldo e “vivo” e che vuole solo -in qualche modo- comunicare le sue ultime volontà.
Come non spendere parole d’elogio poi per le “spaventose” prestazione di Ken Bedene dietro le pelli e il solito camaleontico fare del “Svencho” dietro il microfono, quest’ultimo è davvero fantastico (banalità, odio dire banalità), tutta carica e tutta passione che traboccano fuori grazie alla continua ricerca ed estremizzazione di se stessi, cambi di registro che non appesantiscono mai quella distruzione sonora imbastita sempre con troppa-maniacale cura, la sua prestazione è molto più semplicemente “un appoggio determinante ai fini di ogni singola canzone”, non solamente come la classica valvola di sfogo ma sopratutto un “aspetto di rilascio”.

Songwriting in stato di grazia, produzione “che rende”, prestazione di ogni singolo individuo davvero eccellente, basta tutto questo per muoversi verso Global Flatline,  perché farsi macellare in tal maniera non è mai stato tanto terapeutico.

About Duke "Selfish" Fog