Abigor – Time Is the Sulphur in the Veins of the Saint – An Excursion on Satan’s Fragmenting Principle

I “nuovi” Abigor arrivavano al secondo disco dopo un Fractal Possession capace di stupire e sconvolgere. E’ sempre stato difficile capire la loro musica e loro dissonanze, da sempre la […]

I “nuovi” Abigor arrivavano al secondo disco dopo un Fractal Possession capace di stupire e sconvolgere. E’ sempre stato difficile capire la loro musica e loro dissonanze, da sempre la loro musica è tutto fuorché qualcosa di convenzionale. Così, dopo gli anni di buio, Fractal Possession finiva per rappresentare un nuovo inizio, un nuovo ancor più freddo mondo. Ma pure in questa nuova veste gli Abigor arrivavano a distinguersi, mantenendo un certo marchio oltre le sperimentazioni, al contempo però suonano come un nuovo gruppo, baciato da una nuova fonte d’ispirazione. La loro genialità sta proprio qui, nel riuscire a centrare il “rinnovamento” tenendo ben salda l’impronta che li aveva contraddistinti.

Qui ci allacciamo con il discorso su Time Is the Sulphur in the Veins of the Saint – An Excursion on Satan’s Fragmenting Principle. Sarà più semplice l’avvicinamento per chi ha compreso a menadito il precedente album, ma sarà altrettanto facile starne alla larga se questi -a conti fatti- non aveva granché stupito.

Questa volta gli Abigor fanno una cosa inusuale spaccando il disco in due pezzi, in due canzoni di venti minuti ciascuna. Due opere “tecnologiche”, sapienti come solo il dizionario della band austriaca sa insegnare. Sin dal primo ascolto mi è balzato in mente un paragone con il medievale Orkblut – The Retaliation (anno di grazia 1995), solo che questa volta i brani anziché essere spezzettati in piccole parti sono rinchiusi in due opere massicce. E’ come se il gruppo avesse voluto suddividere in diversi movimenti Part I e Part II. I loro tipici riffs si alternano fra momenti industriali/ambient o brutali/occulti e più di una volta riescono a fare centro con piena e strabordante convinzione. Stessa cosa si può dire per la prestazione vocale, atta a dimostrare un senso di potenza gloriosa in tutte le sue manifestazioni, muovendosi con sapienza su improbabili registri. Violenza ma anche una certa epicità rituale sarà quello che riusciremo ad ottenere. Potrei dire che gli Abigor sono cambiati maggiormente sotto l’aspetto vocale che sotto quello musicale, ma sembrerebbe quasi un’eresia.

Data la sua particolarità, Time Is the Sulphur in the Veins of the Saint – An Excursion on Satan’s Fragmenting Principle mi ha ricordato due dischi su tutti, sebbene con i dovuti distinguo. Uno è Grand Declaration Of War di marca Mayhem, l’altro è Themes From William Blake’s The Marriage of Heaven and Hell degli Ulver. Saranno quei momenti schizzati del primo o quelli recitati dal secondo, ma resta il fatto che proprio come quelli anche la nuova fatica Abigor si attesta su livelli particolari e chiaramente unici.
Prendetelo come un’unica intensa canzone di quaranta minuti e fatevi trascinare nei suoi luoghi oscuri, dannati, ma allo stesso tempo stranamente attuali (se prima gli Abigor evocavano antichità ora sono diventati “modernismo”). Aggiungete poi un pizzico di pazienza in più per dar tempo al cervello di metabolizzare la moltitudine d’idee (un’intera fonte per quanto mi riguarda) messa sagacemente in pratica.

Non mi ha stupito vedere quanto il disco ha spaccato critica e ascoltatori vari, il risultato è talmente freddo che rischia di non trasmettere infine assolutamente nulla di nulla (orecchie per chi sa intendere insomma). Questa volta voglio fare il “fan boy” e mettere un voto esagerato, che in molti certamente non comprenderanno affatto, sulla base della vostro amore per il monicker Abigor toglietene pure in abbondanza.

SATURN ESCHATON!

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