Abigor – Höllenzwang (Chronicles of Perdition)

Non c’è niente come gli Abigor e chi ancora non ne era sicuro si dovrà ricredere all’alba di un Höllenzwang (Chronicles of Perdition) che vale più di mille e mille […]

Non c’è niente come gli Abigor e chi ancora non ne era sicuro si dovrà ricredere all’alba di un Höllenzwang (Chronicles of Perdition) che vale più di mille e mille nostalgiche azioni vere o presunte tali. Non ho mai respirato così a fondo e così a lungo un riappropiarsi di un formula antica andata perduta (ma possiamo davvero dirlo con loro? In fondo sono sempre stati fedeli al loro stile anche durante l’evoluzione partita da Fractal Possession) in grado di rielaborare sagacemente le recenti “inumane” peripezie. Si, perché Höllenzwang (Chronicles of Perdition) è un ritorno all’antico e crudo splendore che passa dal rivestimento moderno, una sorta di rigenerazione particolare che affonda le sue viscere al 100% nel sentimentalismo andato ma senza omettere quel percorso di ricerca mai terminato.

Il nuovo Abigor è caos, è primordiale,è in grado di accendere sensazioni sopite per rivestirle di una nuova irrequieta aura. Quelle chitarre e i loro intrecci spinosi, quante ne riescono a combinarne su appena 36 -psicologicamente massacranti- minuti; è praticamente impossibile tentare di tracciare un qualche tipo di “schema” che possa seguire una logica, perché i nuovi brani degli Abigor vanno dove vogliono quando vogliono, e non indugiano, non si fermano mai a specchiarsi per dirsi “quanto siamo belli”, poiché sono costantemente proiettati in avanti e verso ciò che accadrà.

Mi risulta impossibile non cadere vittima di questo diabolico sortilegio, di un disco talmente denso di materiale che non basteranno mesi o forse anni per poterlo interiorizzare a dovere. Höllenzwang (Chronicles of Perdition) ha il dono di istruire e cancellare al contempo, è un’opera maestra, un nuovo testamento che non verrà seguito da nessuno perché –come sempre- solo gli Abigor potranno farlo (come sempre d’altronde).

I brani sono nove ma vanno visti e sentiti come un unico e ininterrotto flusso, come caos volutamente scomposto che farà sentire il silenzio duplicato per due una volta finita l’ultima Ancient Fog of Evil. A quel punto ripenseremo all’inizio del percorso avvenuto con la prima “ingannatrice” All Hail Darkness and Evil (sorrido all’idea di chi ascolterà il disco per la prima volta) e quasi non saremo in grado di quantificare il tempo con il quale siamo stati effettivamente trattenuti. Höllenzwang (Chronicles of Perdition) prende, scompone e rigenera una strada che lascia intuire brandelli di Orkblut – The Retaliation, Opus IV e il mini Apokalypse, il tutto con il beneplacito di quella corrente respirata assieme a loro negli ultimi anni.

In molti non gradiranno e credo che P.K. e T.T. non desiderino altro di questo perché solo chi li ha seguiti dai primi dischi e ne ha “accettato” l’evoluzione potrà cogliere certe traiettorie per quanto inafferrabili possano ancora essere. Il segreto con la musica degli Abigor è quello di saper accettare il fatto che non potrai mai farla completamente tua, proprio come la nostra carne. Pura, eclettica alchimia.

E’ assolutamente inutile cercare un voto che sia vicino alla realtà così presto (forse non ci arriverò mai a quel momento). La massa musicale consegnataci dagli Abigor è cosi ricca e traboccante che non potrà essere definita a numeri e diffiderò di chi tenterà di farlo. Non abbiamo idea di dove potrà finire un disco del genere.

About Duke "Selfish" Fog