Abbath – Abbath

Cambia il nome sulla confezione ma non l’aspetto e l’approccio musicale. Il bel faccione posto in copertina del nostro amato protagonista sta esattamente lì a sentenziare l’immobilità di un “pensiero” […]

Cambia il nome sulla confezione ma non l’aspetto e l’approccio musicale. Il bel faccione posto in copertina del nostro amato protagonista sta esattamente lì a sentenziare l’immobilità di un “pensiero” rimasto a respirare in silenzio -fra eterni ghiacci- per lunghi e tormentosi anni. Prima c’erano gli Immortal, ora è rimasto semplicemente Abbath e chissà che le cose non siano in qualche modo più “digeribili”, più facili da accettare solo per questa sorta di “monicker secondario”. Non sono forse un semplice caso le lustrate –parlando per me- che questo Abbath rifila ad un troppo debole All Shall Fall (caspita era il 2009!), il nuovo disco ha saputo subito prendermi sul fattore “semplicità”, e sul suo evitare di nascondersi dietro caratteristiche ricercate o smaccatamente esagerate. Sarà stato questo approccio diretto o una linearità che niente osa ma che è capace di portarti subito al traguardo, chissà, forse alla fine è pura e semplice astinenza da quel tipico sound e dalla magnetica e “tempestosa” voce di Olve Eikemo a determinare cause, eventi ed effetti. Ma fra le mani rimane senz’altro un ottimo pensiero, forse il massimo che potevamo aspettarci dopo tutti gli anni d’astinenza trascorsi e quella flessione naturale dalla quale sembra impossibile uscire fuori.

Quindi prendiamo Abbath, ascoltiamolo e usciamone fuori felici. Il “disturbo” sarà relativamente breve, otto brani per quaranta minuti tondi di musica. Otto nuove tracce lasciate sulla neve fresca, inaugurate non a caso da quella migliore intitolata prontamente To War! (ritmo incalzante che acchiappa marchiando indelebilmente la giornata). Ad affiancare Abbath troviamo le ottime prestazioni di King al basso e Creature alla batteria, la prova di quest’ultimo l’ho apprezzata davvero molto (sino alle profonde viscere), un “trattore” tanto semplice quanto dannatamente ficcante nelle sue incursioni. Il nostro simpatico singer stride come al solito, come sa fare, e noi si ritorna fanciulli, ai tempi della classica storiella prima del sonno, sempre così uguale eppure sempre così bella da non voler ascoltar altro.

Potete immaginare questo disco come alla chiusura di un cerchio iniziato da Damned in Black prima e Sons of Northern Darkness poi, Abbath sarebbe sotto certi aspetti l’ideale prosecuzione di quel concetto diretto e conscio del proprio e “nocivo” potere. Quindi non pensate al lato “mistico” della faccenda, quest’album avanza con un’impronta terribilmente classica, dalla quale non potremo staccarci (sound simile ma approcci differenti potremo dire) prima di poterlo apprezzare. La tracklist macina minuti in leggerezza, sugli scudi troveremo l’ottima e coesa Ashes of the Damned, la ritmica e martellante Ocean of Wounds (semplice quanto mitica la strofa), l’intensità indiavolata di Fenrir Hunts, la scolastica –ma comunque di presa- Root of the Mountain e la scudisciata finale di Eternal.

Abbath torna e non concede sorprese, la prima fila del plotone è già bella che prenotata e pronta a cadere. A zero gli sforzi, possibilmente alto il livello nostalgico invece, senza omettere il divertimento di poter ascoltare un disco ben poco innovativo ma a suo modo perlomeno personale, capace di alternare momenti spediti a gustosi e glaciali rallentamenti.

About Duke "Selfish" Fog