A Forest Of Stars – A Shadowplay For Yesterdays

Distruggere certezze, ricostruire, sfaldare, giocare, ogni cosa è possibile per gli inglesi A Forest Of Stars, formazione che arriva con A Shadowplay For Yesterdays al traguardo del terzo studio album. […]

Distruggere certezze, ricostruire, sfaldare, giocare, ogni cosa è possibile per gli inglesi A Forest Of Stars, formazione che arriva con A Shadowplay For Yesterdays al traguardo del terzo studio album. Ancora una volta il lavoro non è di facile assimilazione, ancora una volta “la potenza d’ascolto” ha bisogno di un periodo di incubazione notevole per dare i frutti tanto sperati, sarà per via di una complessità che fugge da ogni catalogazione, oppure per lo spirito teatrale che volenti o nolenti bisognerà saper apprezzare prima di poter entrare in sintonia con la loro musica o forse il tutto è da attribuirsi semplicemente alla sua lunghezza e tortuosità. Qualcosa che dice ben poco all’inizio (fatta eccezione per Gatherer Of The Pure, non a caso scelta come canzone simbolo grazie allo splendido video promozionale) ma che poi finisce a ripagare attraverso la necessaria lentezza.

Ogni nuovo ascolto di A Shadowplay For Yesterdays lascia prove o indizi maggiori,  roba che prima si era tralasciata diventa magicamente fondamentale, sarà come avere fra le mani un mosaico “imperfetto” che piano piano trova i suoi incastri. Se inizialmente il prodotto non mi sembrava così eclatante con il tempo ho imparato ad apprezzarlo grazie alla sua creatività, alla fine il voto alto risulta più che meritato, quello che sento più calzante (nonostante la parola capolavoro giri comunque alla larga, c’è sempre una via di mezzo gradita tra ciò che è semplicemente buono e ciò che invece appare ottimo).

Gli A Forest Of Stars ci raccontano la loro storia, si siedono comodi davanti al fuocherello e cominciano a decantare le loro oscure e bizzarre storielle, sembrerà di essere cullati dolcemente da qualche strano sogno (ottima a mio avviso la produzione che lascia un acre odore misterioso), trasportati da una prestazione vocale abile interprete di malefiche presenze. Sono secche (e non poche) quanto apprezzate le ripartenze tipicamente black metal che mantengono saldamente la proposta su livelli estremi e dal tocco avantgarde. Tastiere, flauti e violini sono i co-protagonisti di un sound spumeggiante e pronto a sorprendere con melodie ora eleganti e poi malinconiche, ma saranno le chitarre ad entusiasmare con ceselli tanto antichi quanto freschi ed avvincenti, riff che avranno l’abilità di trasportare l’ascoltatore in mondi visionari.

Canzoni come ad esempio Prey Tell of the Church Fate fuoriescono in tutta la loro bellezza alla distanza e solo all’ennesimo ascolto posso decantare totalmente grazia, ed incastri creativi d’alta scuola che sfociano in un “sentimento onirico” che non mollerà più la presa sino all’epilogo. Oscurità, umidità e trasporto sono alcune delle parole chiave per la lunga A Prophet For A Pound Of Flesh, flauti, violini e doppia cassa penseranno ad emozionare con essenzialità. Diabolica ma sempre dalle tinte oscure e nobili The Blight of God’s Acre, canzone che apre il sipario al momento di maggior spicco dell’intero disco rappresentato dal duo The Underside Of Eden e Gatherer Of The Pure. Ariosa ed atmosferica la prima (“So if God is death, death is god, yes?”), sgraziata, cinica e goliardica la seconda, che vede anche la presenza del giro di chitarra più emozionante dell’intero disco. La tratta conclusiva si presta al lato strumentale, prima in territorio “stellare” con Left Behind As Static, poi con una Corvus Corona Part 1 che anticipa una seconda parte “soporifera” ma egualmente efficace e fascinosa (il finale resta scolpito dentro “I opened my eyes and I stared right through my photographs of you…I opened my eyes and I choked out through my memory of faith“).

L’opera è servita ma non sarà semplice mantenere l’attenzione ferma al 100% su tutti. Ci sarà bisogno di “via di mezzo” per tanti, ma la specialità degli A Forest Of Stars sta a dire il vero proprio qua.

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