Ragestorm – The Thin Line Between Hope And Ruin

Dopo averli sentiti per anni su formato ep è giunto finalmente il momento del “grande passo” per gli Italiani Ragestorm. Il debutto arriva in pieno “momento no” del mercato discografico, […]

Dopo averli sentiti per anni su formato ep è giunto finalmente il momento del “grande passo” per gli Italiani Ragestorm. Il debutto arriva in pieno “momento no” del mercato discografico, non stupisce dunque vederli costretti all’inevitabile autoproduzione, questo nonostante il non poco tempo di gavetta posto alle spalle e le buone critiche ricevute puntualmente un po ovunque. The Thin Line Between Hope And Ruin appare ad un primo colpo d’occhio come prodotto assai curato (i ragazzi hanno fatto di tutto per far emergere ciò e si vede/sente), splendido l’artwork “fumettoso” in grado di conferire il necessario impatto visivo, e molto interessante (nonché profonda) la storyline sulla quale si basa il disco. Dimenticate storie fantastiche o fantascienza da quattro soldi, troverete metafore profonde e un messaggio teso a far “resistere” anche quando tutto sembra ormai perduto. Ogni cosa è legata visceralmente ad un altra all’interno di The Thin Line Between Hope And Ruin e qui mi tocca “doppiare” ciò che loro stessi dicono, ovvero di come l’album vada inglobato in un unico ascolto, niente cose spezzettate e concept sempre lì bene in testa come uno spauracchio, solo in questa maniera lo si potrà “ricevere” nella portata massima legittimamente consentita.

Il loro sound arriva imponente, ad “effetto cascata”, domina ed avviluppa prendendo il grosso dell’ispirazione dal melodic death (i frangenti melodici devo dire che li indovinano tutti) sfondando di tanto in tanto pareti care al thrash metal più intricato o altre d’ispirazione core (qui il filo conduttore con il loro passato). Qualche volta danno l’idea di essere troppo meccanici (però questa cosa va capovolta in positivo se sovrapposta al concept), in alcuni brani ho avvertito una certa fatica -o meglio forzatura- durante il cambio ritmo, come se si venissero a formare alcuni momenti d’esitazione (difficile spiegare in altre parole questa vivida sensazione).

Trovo la prima parte del disco notevolmente superiore alla seconda (basandoci come divisione sulla sperimentale e da me graditissima Hari Seldon’s Speech che vede un graditissimo discorso di Asimov come protagonista) grazie a titoli come The Meatgrinder Theory (la parte melodica ci sta da dio), Polysilicotetrapropyvinylfluorenthalene e l’imponente Moloch. Dalla seconda parte posso invece citare con piacere Soldiers Of A Lost War e i suoi richiami agli In Flames di una volta e la finale Reaching The Impossible. Troppi alti e bassi per quanto mi riguarda su title track, New World Disorder e Idiocracy.

Ho aspettato, ho ascoltato l’album in diversi momenti anche distanti fra di loro, ma il risultato finale non mi è cambiato, nonostante ci abbia provato in tutti i modi, continuo a sentire la mancanza di qualcosa nel suono (nonostante la produzione riesca a distribuire il necessario impatto), ciò può essere anche dato dal fatto di come chitarre e voce sovrastino a forza la sezione ritmica, in più anche il rapporto con la voce è conflittuale, non nego come riesca a trascinare e ben interpretare alcune situazioni, ma quando va in effetto “sbraito” riesce a produrmi alcuni grattacapi impossibili da lavare via.

The Thin Line Between Hope And Ruin rimane senz’altro un buon biglietto da visita per i Ragestorm, aldilà di pregi e difetti riscontrabili a livello personale, in giro se ne parla bene e con ragione perché i mezzi ci sono e si sentono chiaramente già ad un primo e magari “impreparato” ascolto, altro non rimane se non il sperare di sentirne di nuove quando il momento sarà nuovamente propizio .

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