Obituary – World Demise

Metallari brava gente: nell’ormai remoto 1993, urla di dissenso accompagnavano l’uscita di Chaos A.D. , opera omnia dei lanciatissimi Sepultura. Litigi, sputazzi e accuse di tradimento animavano le discussioni della […]

Metallari brava gente: nell’ormai remoto 1993, urla di dissenso accompagnavano l’uscita di Chaos A.D. , opera omnia dei lanciatissimi Sepultura. Litigi, sputazzi e accuse di tradimento animavano le discussioni della stragrande maggioranza dei naz… ehm… puristi del death metal plasmato da creature cagionevoli e penetrazioni subterranee, letteralmente scandalizzati nell’ascoltare la sorprendente evoluzione stilistica di Max Cavalera & Co. (durata, ahimè, nemmeno il tempo di una sega fatta bene, per poi diventare una vera e propria pantomima degna delle peggiori kermesse del Partito Democratico). A pochi mesi di distanza da quel fattaccio, però, si poteva già constatare da quale parte stava il torto, a quale fazione si erano affrancate le migliaia di anime ‘dure e pure’ sparse per tutto il globo: neanche l’Italia era rimasta immune dal morbo brasileiro.

Recepita la lezione? Nemmeno per idea!

Nuove polemiche ed accesi dibattiti hanno ‘coerentemente’ accompagnato il quarto lavoro in studio dei floridiani Obituary, World Demise, non a caso considerati dal capoccia della Roadrunner (… ‘tacci tua!) il gruppo su cui puntare in quel preciso momento storico. D’altronde, viste le vagonate di groupies finite nella branda di Paulo Jr. (con tutto il rispetto, ma non stiamo certo parlando nè di un bell’uomo, nè tantomeno di un virtuoso musicista) sarebbe stato un delitto non riprovarci.

Prodotto ai Morrisound Studios dal noto santone Scott Burns (ormai ho finito i superlativi del mio vocabolario!) World Demise è un lavoro decisamente maturo, il capitolo migliore della discografia degli Obituary, in quanto contiene stravolgimenti sia in sede di sonorità ma – soprattutto – dal punto di vista dei temi trattati: non più soggetti da splatter movie o immagini truculente, bensì, come testimoniato dalla splendido artwork di copertina, una piena ‘infognazione’ di carattere sociale. Efficaci cambi di tempo si alternano con i ficcanti ritmi trademark della band, mentre indovinati sampler dal sapore industriale mediano a più riprese la disperata ugola di John Tardy, per una miscellanea sonora particolarmente azzeccata, senza rinnegare la naturale vena istintiva che ogni artista degno di questo nome deve possedere: Don’t Care, Redefine, Lost, Final Thoughts, Kill For Me… tutti classici immortali marchiati a fuoco dal puntiglioso drumming del fratellino Donald (soltanto negli schizzatissimi Meathook Seed ha fatto di meglio!) e dagli scostumati, ma a loro modo evocativi, assoli di Allen West, probabilmente l’unico e vero condottiero della band.

Un disco fosco, annichilente, una lercissima prova di forza purtroppo mai ripresa dal quartetto americano che, tra periodi di silenzio, abusi di hashish, arresti, lutti, cambi di line up e chi più ne ha più ne metta , si ritrova oggi – anno domini 2017 – a girare videoclip a mò di cartone animato, a ripescare i clichè sulla morte per decapitazione, piazzando come sottofondo l’ormai stancante riff scopiazzato dagli Hellhammer (vedi Massacra, per i novellini) per di più suonato senza uno straccio di tiro, attitudine e convinzione.
Un monicker che faceva davvero paura, è diventato un circolo di coglionazzi rimbambiti: ricordatevi di tutto questo, il giorno in cui ritorneranno ad elemosinare quattrini per produrre l’ennesima risurrezione del carnefice…

Alexander Il'ič Ul'janov

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