Nightmare Void – The Dreamer of a Vegetative Desert

Ne ha fatte di cose belle la Le Crepuscule Du Soir, l’etichetta di tanto in tanto veniva a farsi un giretto in Italia, e una bella volta è ritornata con […]

Ne ha fatte di cose belle la Le Crepuscule Du Soir, l’etichetta di tanto in tanto veniva a farsi un giretto in Italia, e una bella volta è ritornata con The Dreamer of a Vegetative Desert sottobraccio, il primo disco della creatura Nightmare Void.

Entriamo in territori austeri, e parliamo di quest’opera dark ambient. Sono molto contento di poter scrivere due righe su questo progetto che dopo non pochi sacrifici è arrivato alla realizzazione di un buon primo prodotto. Prima di introdurre la musica volevo sottolineare la semplice bellezza della confezione dvd (non sempre così curata quando le limitazioni sono esigue), che vede anche la presenza di un booklet di ben 8 pagine, cose che non bisogna mai dare per scontate (appena 50 copie sono state stampate).
Sono dell’idea che il dark ambient debba essere curato molto dal lato visivo, e posso tranquillamente ritenermi soddisfatto sotto questo punto di vista.

Si sente che ci troviamo di fronte ad un debutto, l’acerbità regna su diversi piani/passaggi, ma per fortuna Nightmare Void rattoppa nel miglior modo possibile, rispondendo con l’arma della semplicità. E’ proprio grazie a questa che il disco arriva a compiacere, piccoli passi osservati attentamente, accompagnati, proprio come quelli che intraprendiamo in tenera età.
Possiamo dividere immaginariamente The Dreamer of a Vegetative Desert in due tronconi, il primo vede le canzoni susseguirsi con varietà e in modo diluito e se vogliamo semplice, con il secondo invece assistiamo ad una sorta di “allungamento”, come se il fine ultimo, il traguardo finale, sia racchiuso nella monotonia “tanto bramata” e prima accennata, solo desiderata. Questa specie di divisione aiuta senza dubbio il viaggio dell’ascoltatore, le buone cose sussistono tanto nella prima quanto nella seconda parte ma pensandoci bene questa “cosa” rappresenta infine una sorta di “arma nascosta”,  forse nemmeno tanto cercata.

Blackness I: The Night Ocean è lo spezzone che preferisco, notturno e sognante, rapisce la mente per condurla altrove in scia a quella sua soave melodia. Blackness II: Mine Are His Deadly Eyes apporta il primo cambiamento portando l’atmosfera su toni oscuri, grigi ed elettronici. Blackness III: Toward the Gates of Damnation vuole ipnotizzare -ma senza annoiare- come unico preciso fine mentre la successiva Blackness IV: And Consume All His Waters in My Dreamy Hands assume forme organiche e pulsanti. In Blackness V: Koma abbiamo invece l’unico squarcio “umano” dell’intero disco (palesato attraverso qualche bisbiglio). Poi da questo momento comincia il percorso in salita, nella fattispecie con le ultime tre: Blackness VI: Masak Mavdil, Blackness VII: Memory of my Corpse e Blackness e VIII: Krolowa; la prima è stratificata e si premura di chiudere alcuni battenti lasciati prima aperti, la seconda e la terza con i rispettivi dieci e sedici minuti sono l’autentico mattone di tutto The Dreamer of a Vegetative Desert. Io ho apprezzato davvero moltissimo l’ultima e più lunga traccia, è malsano il modo in cui è riuscita a catturarmi, emersioni statico/pianistiche, sensazioni che passano dal positivo al negativo confondendoti, tanto da arrivare a non distinguerle più con naturale chiarezza (un azzeccato gioco d’illusione).

Ovviamente tutta questa pappardella è valida solo per una ben specifica fascia di persone (sapete chi siete), persone dotate della capacità di lasciarsi trasportare da suoni rumori e pace (quella purtroppo sempre e solo apparente).

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