Missiles Of October – Don’t Panic

Sporchi, grezzi e grassi, olio rappreso ed incrostato appositamente per insozzare le giunture di queste undici composizioni che hanno come unico comune denominatore immediatezza, furia, e voglia di fare trambusto […]

Sporchi, grezzi e grassi, olio rappreso ed incrostato appositamente per insozzare le giunture di queste undici composizioni che hanno come unico comune denominatore immediatezza, furia, e voglia di fare trambusto con il sorriso sulla faccia e l’alcool nella panza. Le canzoni vengono a noi infettate, urlate, o ancor meglio “sputate” fuori con malasanità ragguardevole, accuratamente scelte in fase di partenza (c’è anche la volontà o l’intenzione di modificare per quanto possibile il tiro). Sembra essere il caos il motivo scatenante della creazione dei Missiles Of October, particelle pronte a schizzare alla rinfusa in ogni dove per andare ad infettare il malcapitato di turno, ma tutto lentamente torna ed arriva a un suo ordine (caos che diventa “ordinario” ordine) primordiale ben preciso, un ordine scandito come i “passi di un gigante”, attraverso una tracklist grossolana, invasiva e volutamente barcollante. La formazione Belga indovina l’incedere e il feeling, muovendosi continuamente tra un rock ruvido, attitudine punk/hardcore e sporcizie sludge da scantinato. Le canzoni vogliono essere sempre dirette e coincise, però non desiderano arrivare ad impressionare per qualità primarie come impatto o esagerata violenza (che sarebbe stata completamente fuori luogo), piuttosto vedo questa caratteristica del tipo: “ehy ragazzi, aggiungetevi a noi che si va a fare del sano e bisbetico casino“.

La produzione evidenzia spirito e volontà “da palcoscenico”, dimensione probabilmente di primaria importanza per questi ragazzi, le chitarre affondano come il classico coltello nel burro e i bassi sono sempre secchi e densi di quel “senso di spinta” necessario alla buona riuscita dell’album (perché alla fine si avrà di esso un ben preciso ricordo, e alcune cose saranno capaci di lasciare diverse piacevoli cicatrici addosso).

Don’t Panic richiede una quarantina scarsa di minuti del vostro sollazzo, e sicuramente un primo ascolto delimiterà già in partenza eventuali “limiti” di un vostro possibile gradimento. Non si registrano momenti incredibilmente mirabolanti, ma nemmeno quelli dove si rischia di perdere la bussola non apportano infine nessun danno, d’altronde quando imposti un full-lenght su queste coordinate arrivi ben presto a farti perdonare qualsiasi cosa, anzi, alcuni frangenti diventano quasi necessari al momento di tirare le somme, quasi ti ritrovi lì a “cercarli”, avvolto da un autentico attacco di masochismo.

La voce incatramata sarà ben presto la principale protagonista di questo viaggetto, eclettica e vorace di ripetute “grossolanità”. La title track posta all’inizio è il classico biglietto da visita, pronta ad incendiare seduta stante sulle ali della sua accelerazione. Una volta accesa la miccia diventa impossibile resistere, e così i brani cadono come solo la frutta matura sa fare, faranno sorridere, dimenticare, divertire, sballottare. I miei preferiti sono diventati Music For Hangover, “la frustata” Become An Asshole, la ciondolante Wannabe, Addiction e la finale You Pray A Word of Shit (yeah!).

About Duke "Selfish" Fog