Kreator – Gods Of Violence

Una delle cose che più apprezzo nello scrivere per una webzine squisitamente underground è la pressochè totale libertà di agire. Nessun tempo da rispettare, nessuna ‘power hit’ da lanciare, e, […]

Una delle cose che più apprezzo nello scrivere per una webzine squisitamente underground è la pressochè totale libertà di agire. Nessun tempo da rispettare, nessuna ‘power hit’ da lanciare, e, soprattutto, nessuna infamata redazionale dell’ultim’ora (chi ha detto votazioni modificate all’insaputa del recensore per non irritare la potente etichetta di turno? ).
Insomma, nessun bavaglio. Pazienza se poi, il giorno in cui si vorrà assistere ad un qualsiasi evento, sarò costretto a pagare il biglietto come un povero cristo qualunque.

Kreator, anno 2017: sentivamo realmente la vostra mancanza?
Anzi, riformuliamo la domanda.
Kreator, anno 2001: questo metodo assai paraculo di riconquistare un ipotetico trono perduto (per cortesia non scherziamo; i Megadeth – tecnicamente parlando – i Coroner – a livello di idee – e gli Slayer – per quanto riguarda la violenza incontrollata – sono sempre stati dieci galassie avanti!) vi ha almeno evitato di finire vittime delle terribili riforme lavorative del Piano Hartz?
Lo spero per voi, visto che a livello artistico valete poco più del due di briscola.
Una band fondamentalmente sovrastimata (adesso come durante i ‘sacri’ ed ‘inossidabili’ anni ottanta) e che, come spesso accade nella dozzinalità dell’universo metallaro, ha avuto il periodo di minor notorietà in concomitanza con gli unici lavori realmente creativi (stendendo un velo pietoso sul confuso e malprodotto Renewal, concentriamo piuttosto tutte le nostre energie sul tenebroso Outcast ma soprattutto sull’ottimo Endorama, vero apice compositivo del quartetto di Essen) nati, e questo è sempre bene ricordarlo, dal sodalizio con quel fenomeno delle sei corde che risponde al nome di Tommy ‘Baron’ Vetterli (adesso bisognerebbe alzarsi in piedi per tributare il giusto tributo, altro che balle! ).

SARCASM MODE ON– Ma il metal, quello vero, non morirà mai. Quindi fate largo al potente, violentissimo Gods of Violence!!! –SARCASM MODE OFF-.

Diciamo subito che la differenza principale tra il ‘vecchio’ corso (prendiamo come disco di riferimento il meno peggio Extreme Aggression) e quello ‘nuovo’ è, in linea di massima, un taglio leggermente più vario delle varie composizioni, con chorus che rimangono comunque di una banalità e ripetitività davvero disarmante (Satan is Real, Totalitarian Terror) ma comunque in parte risollevati dalla vena melodica dell’ascia finlandese Sami Yli-Sirniö, certamente un buon strumentista ma – e qui devo ripetere per l’ennesima volta i soliti concetti – personaggio totalmente privo di idee e personalità, tanto che Michael Amott (altro musicista ormai giunto al capolinea, perso tra tinture per capelli e la sempreverde arte berlusconiana del reclutamento di giovani puttanone per risollevarsi… il morale!) potrebbe facilmente rimpinguare il proprio conto in banca citandolo per plagio.
Tutto qui? Purtroppo si, perché già dalla title track (la quinta traccia su undici… si salvi chi può! ) la formula comincia – e qui scusate il francesismo – a rugare letteralmente la minchia, mostrando evidenti segni di cedimento nel songwriting: anche il più inesperto degli headbangers potrebbe, usando un minimo di vena critica, immaginarsi cosa lo attende durante i brani successivi.
Senza contare la staticità della voce di Petrozza, da sempre vero punto debole di questi veterani del metal più intransigente (se penso a cosa sarebbe potuto essere il vituperato Endorama con un singer degno di questo nome!) : un rantolio da cane bastonato che ci accompagna per quasi un’ora sulla stessa, noiosissima, frequenza. Ed infatti… non sarà certo il patetico inno generazionale Fallen Brother, oppure l’epicità di Death Becomes My Light a salvare la baracca teutonica da una bocciatura largamente meritata.

Mi dispiace ragazzi, ma ne abbiamo davvero le palle piene di voi abili mestieranti, e non basta il consueto rigurgito antifascista all’acqua di rose per farvi ritornare nelle mie simpatie.
A mai più risentirci, marchettari!

Alexander Il'ič Ul'janov

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