Intervista: Hybrid Circle (2014)

A Matter of Faith è il nuovo disco degli Hybrid Circle, dopo avervi proposto la recensione della loro ultima fatica (la trovate qui) è giunto anche il momento di andare […]

A Matter of Faith è il nuovo disco degli Hybrid Circle, dopo avervi proposto la recensione della loro ultima fatica (la trovate qui) è giunto anche il momento di andare a fare qualche domanda ai ragazzi, vediamo cosa hanno da dirci.

Come è nata la decisione di rilasciare il vostro -immagino- sforzo maggiore A Matter of Faith tramite vie completamente gratuite? Si è già mosso qualcosa in questi primi giorni di diramazione?
“A matter of faith” non è un titolo a caso. Non lo definirei il nostro sforzo maggiore, piuttosto il nostro album più particolare. Ovviamente la sua particolarità è associata a tutti i caratteri di un album, sin dalla stesura. E’ stato un periodo strano per tutti noi, che ci ha portato sempre a scelte inconsuete e a volte spregiudicate. Un album bizzarro giudicato da dietro le quinte ma sicuramente un lavoro che ci ha reso fieri e ci ha fatto maturare ancor più. Una volta arrivati alla decisione della pubblicazione ci siamo guardati un attimo attorno rendendoci conto che il mercato musicale era piuttosto peggiorato negli ultimi due anni, la crisi, ovviamente, non perdona. Le case discografiche tendono a spendere sempre meno sulle scene emergenti, le loro casse ad oggi riescono a malapena a tenere in vita i grandi nomi. Per una band la cosa più importante è divulgare nel migliore dei modi un prodotto e al giorno d’oggi le label non garantiscono buone prestazioni, perlomeno non lo garantiscono gratuitamente o con una divisione bilanciata degli sforzi. A questo punto, padroni indiscussi del nostro lavoro dalla A alla Z, abbiamo preferito investire personalmente sulla promozione del disco, senza label.
La risposta degli ascoltatori è stata ed è tuttora molto positiva. Abbiamo una buona media di stream mensili. L’album è anche acquistabile in copia fisica. Non c’è bisogno di dire che ovviamente sta diventando sempre più un oggetto da collezione, quindi consigliamo l’acquisto solo a chi davvero desidera una copia, altrimenti siamo contenti del download e di un po’ di passaparola tra gli amici.

E’ stato difficile plasmare A Matter of Faith ? Ve lo chiedo perché si sente benissimo tutta la cura e la voglia di perfezione che sono dentro racchiuse, il procedimento in fase di songwriting ha richiesto molto tempo? Avete già le idee chiare su come dovrà suonare il vostro prossimo “atto”?
E’ stato tutto molto istintivo nel concepire l’album. La parte perfezionista non ci è mai mancata, facciamo sempre tutto considerando più dettagli possibili. Ci piace lavorare sapendo di non aver lasciato nulla al caso. Bisogna sempre dare il massimo in ogni disco, e ogni disco prodotto è esperienza da riutilizzare. I tempi di “A Matter Of Faith” sono stati molto particolari, si è ragionato a lungo su alcuni pezzi, a volte anche mesi e altri invece sono stati più diretti, uno addirittura è nato in meno di un’ora, ma non diremo mai qual è. Alcuni brani sono sopravvissuti e sono sull’album, altri sono tornati nel cassetto. Del nuovo materiale sta nascendo, una “mezza idea” della direzione c’è, però ci piace essere sempre liberi e soprattutto imprevedibili, quindi si vedrà. Posso però assicurare che avverrà presto, molto presto.

Quali sono le canzoni del nuovo disco che fareste obbligatoriamente sentire a qualcuno che non vi conosce per invogliarlo ad entrare nel vostro mondo?
Difficile rispondere a questa domanda. Ognuno di noi potrebbe consigliare canzoni diverse. Però penso di rispondere per tutti dicendo che entrare nel nostro mondo non è difficile, basta prendere tre nostri pezzi a caso, qualcuno di noi li avrebbe sicuramente consigliati. Rispondo così perché purtroppo con il passare del tempo abbiamo capito una cosa, gli Hybrid Circle o ti piacciono o non ti piacciono. Non abbiamo vie di mezzo. A volte questa cosa ci fa star bene, altre volte no.

Come sono nate le varie collaborazioni per A Matter of Faith? Volete parlarci anche della copertina? (la reputo davvero grandiosa e riconoscibile fra mille, grande colpo)
Era proprio l’effetto che cercavamo, grazie per l’apprezzamento, questo ci fa capire che abbiamo centrato l’obiettivo. La copertina nasce da un’idea di Sam Hayles che ha avuto la visione dopo l’ascolto del premix del disco. Non dimenticherò mai quando disse “Mh… Cazzo, la vedo dura tirare giù un’idea su questa tematica fantascientifica-filosofica”. Tornò due giorni dopo tutto gasato con la bozza… Che dire, fantastico! Poi ho pensato che l’automa mantiene la Terra, la guarda in maniera quasi malinconica come a voler dire “non costringetemi a resettare questo pianeta” che significa “cerchiamo di essere razionali, dovremmo essere i padroni di quello che creiamo”. Con Felix fu quasi una “marchetta”, tra una chiacchiera e l’altra ci scappa di chiedere un “solo” in un pezzo dell’album, e andò a finire che accettò volentieri, anche lui rimanendo colpito dal lavoro. Entrambi dei grandissimi artisti, la cui presenza ci può solo onorare oltre che avvalorare l’album.

Volete accennare qualcosa sulle tematiche trattate sul vostro ultimo disco?
Anche questa volta voliamo sul sci-fi. I testi variano tra l’approfondimento di argomenti scientifici a vere e proprie allucinazioni futuristiche. L’unica eccezione è “Trial of trust” che è una mini-storia in pieno stile sci-fi: immaginate che una forma di vita aliena sbarchi sulla Terra e, a differenza di quello che si vede al cinema, non sia ostile. Hanno bisogno di aiuto, anzi, hanno bisogno di una casa, e il nostro pianeta sembra proprio fare al caso loro. Al posto di una guerra propongono un affare: avanzamento tecnologico in cambio del nostro pianeta e la possibilità di Terraforming su Titano. Fidarsi? Questa è la sfida che trattiamo nei tre capitoli di “Trial of trust”. Sareste capaci di vendere la Terra in nome dell’evoluzione?

Quali sono le formazioni che vi hanno in qualche modo ispirato?
In generale non ci sono delle formazioni in particolare. Ci ispira un po’ tutto quello che ci gira attorno oppure quello che poi realmente ci piace. Il mood è molto particolare, difficile da spiegare. Cerchiamo di essere sempre dei giusti osservatori e quindi si arriva sempre alla fine dicendo la propria su qualsiasi argomento. Il compromesso è la soluzione. Il nostro gruppo preferito è il compromesso che è un campione di equilibrio.

Guardando al passato siete contenti di tutto quello che avete fatto sino ad oggi oppure cambiereste qualcosa delle vostre passate produzioni?
Si è sempre soddisfatti del proprio operato, anche perché si è liberi di pubblicarlo o meno. Siamo sempre contenti di qualsiasi nostro prodotto. Però più si scava nel passato e più, con il senno di poi, delle cose sono soggette a critica. Pensiamo che comunque sia una cosa fisiologica, artisticamente parlando. Nel giorno in cui un’artista sente davvero di aver fatto del suo meglio si ferma sapendo di non potersi eguagliare mai più. Fortunatamente siamo felici del passato e ne conosciamo tutti gli errori. Se un giorno dovesse arrivare il nostro “masterpiece” (a nostro parere) ci fermeremo. Però posso dirti che abbiamo diverse ambizioni in questo campo, diversi sfizi da toglierci ancora!

Cambiare cantante non è mai semplice ma nel vostro caso sembrerebbe che tale regola non “abbia senso”. Come è stato lavorare con Antonio Di Campli? Gli avete lasciato carta bianca oppure avete deciso in comune accordo ogni inserimento vocale?
Cambiare cantante è una cosa che non si augura a nessun gruppo. Il ruolo più importante è quello. E’ come se la band cambiasse faccia. A livello di prodotto lasciamo giudicare voi, per quanto riguarda invece il lato tecnico/privato di lavoro, è stata una situazione diversa con Antonio. Di più non posso e non voglio dire, speriamo solo che basti “A matter of faith” a descrivere questo scomodo paragone.

Quale significato si cela dietro il vostro monicker?
Hybrid Circle è una fusione. Una coriandolata di caratteri, idee, ispirazioni. Resta anche un nome storico che la band non ha mai sentito l’esigenza di cambiare.

Vista la mia “venerazione” per Peter Tagtgren mi viene spontaneo chiedervi come è stato condividere il palco con lui e come sono andate in generale queste date.
Peter è esattamente come lo si vede. Simpatico, buon bevitore (alcuni direbbero “grande bevitore” ma bisogna considerare che siamo abruzzesi, il nostro metro di giudizio per queste cose è particolare), una persona gentile e disponibile. Lascio immaginare cosa sia condividere il palco con lui e (non meno importante) con tutto lo staff Hypocrisy. Gli show sono andati alla grande, fortunatamente avevamo alle spalle un gruppo che non ha bisogno di presentazioni. Abbiamo un gran bel ricordo di quelle date. Una bella esperienza.

Chiudete pure a vostro piacimento, noi vi ringraziamo e vi auguriamo buona fortuna, sperando di vedervi raccogliere quanto prima i frutti per il duro lavoro svolto.

Un grazie va principalmente a voi per lo spazio che ci avete dedicato. Chiudo semplicemente dicendo che la musica è bella. Fare musica è ancora più bello. I frutti di questo lavoro arrivano ogni giorno, viviamo spesso belle situazioni, a volte basta solo un complimento. Per i frutti più materiali non basterebbero dieci interviste. La musica oggi è fine a se stessa, raramente, purtroppo, viene vista come un lavoro. Speriamo che cambi vento, nel frattempo: Stay Hybrid!

Hybrid Circle #01

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