Impaled Nazarene – Vigorous and Liberating Death

Tempo quattro anni ed eccoci nuovamente a parlare di Impaled Nazarene e della loro dodicesima “grossa pillola” discografica. Avanza di pari passo il non semplice tentativo di cercare di dire […]

Tempo quattro anni ed eccoci nuovamente a parlare di Impaled Nazarene e della loro dodicesima “grossa pillola” discografica. Avanza di pari passo il non semplice tentativo di cercare di dire qualcosa di nuovo a riguardo, impresa che parrebbe oggi veramente impossibile. Essere attivi dai primi anni novanta, arrivare sino ad oggi cambiando ben poco del proprio approccio è cosa non particolarmente comune. Sire Luttinen ha ormai passato i quaranta e la voglia di “crescere musicalmente” se doveva proprio arrivare doveva giungere prima, la sua scelta appare di disco in disco sempre più forte, una crociata avversaria di un mondo che sta andando giorno dopo giorno sempre più a puttane, una missione che si alimenta di volta in volta acquisendo contorni sempre più larghi (a clear view) quando un nuovo pargolo esce da “casa base”.

Il nuovo Vigorous and Liberating Death si presenta con una copertina prettamente old style, sana amatoriale bestialità come poco si vede in giro oggigiorno. La sua visuale faceva presagire un ritorno a sonorità diciamo più “cacofoniche” (perché per il resto non puoi aspettarti cose troppo diverse da loro), se non proprio uguali almeno simili ai loro primi vagiti, invece il nuovo disco porta avanti l’azione violenta ed efficace che avevamo lasciato in sospeso sulle note di Road to the Octagon, solo con un pizzico di malvagità in più a colorare i contorni.

“Siamo tornati, brutalizziamo ed infanghiamo un poco le cose, poi ce ne torniamo nella nostra tana a bere e fumare”, il piccolo (ma sempre gradito), oscuro, sporco lavoro è ancora una volta gettato sulla massa, una massa forse sempre “meno capiente” ma comunque li pronta a rispondere “presente!” alla loro chiamata. Furia Black Metal che si coagula con un approccio Thrash ben marcato, toni Punk immediati a fare da collante tra i due “consenzienti litiganti”, il vessillo della “beata ignoranza” li che sventola puntuale con noncurante orgoglio, cosa chiedere di meglio?
Mi tolgo subito il “fattore nostalgia” di torno citando la traccia che più di tutte ha saputo appassionarmi, sto parlando della terza in scaletta Pathological Hunger For Violence; riaffiorano in me i ricordi di un lontano primo ascolto di Suomi Finland Perkele, d’altronde si sa, le peggio patologie non si lavano via tanto facilmente, resta il fatto che grazie a quella parte melodica (come lo fanno loro, con quel divino “cozzare” di due sensi opposti) sono ancora qui oggi ad esaltarmi non poco con questa musica, e niente, certe sensazioni rimangono impagabili.
E ribolle di un rosso acceso il calderone dal quale tirano fuori le nuove canzoni di turno, le chitarre si rendono “brutte e sporche”, il basso offre il consueto malevolo contributo, il vorticare è servito e prego, saziatevene a volontà. King Reborn e Flaming Sword of Satan riflettono e dipingono sonoramente l’immagine di copertina e con la già citata Pathological Hunger For Violence formano un terzetto che andrà a fare totale invidia al resto del disco.

Alla fine i brani saranno 13 e nessuno di questi deluderà le aspettative, certo qualche alto c’è (già citato) ma con gli Impaled Nazarene alla fine si prende tutto, anche quello che riesce un pelino meno bene, perché fa tutto parte del gioco, del divertimento, dello sbraitare che c’è dietro, il sacro vincolo che unisce compositore ed ascoltatore. Personalmente ho apprezzato maggiormente il suo predecessore, l’ho percepito come “più importante” alla lunga, ma non bisogna di certo disperarsi ora che c’è un disco degli Impaled Nazarene per ogni mese dell’anno, i veri problemi semmai arriveranno a partire dal prossimo.

About Duke "Selfish" Fog