Fear Factory – Genexus

Angoscianti scenari futuristici, meccanismi animati da insoliti istinti insurrezionali, e la cronica impotenza umana di fronte ad una sorte ormai inesorabile. Chi non conosce i Fear Factory? Dopo il non […]

Angoscianti scenari futuristici, meccanismi animati da insoliti istinti insurrezionali, e la cronica impotenza umana di fronte ad una sorte ormai inesorabile.
Chi non conosce i Fear Factory?

Dopo il non esaltante The Industrialist del 2012 (a parere di chi scrive l’unica vera battuta d’arresto per il seminale act californiano) ecco una nuova iniezione di linfa vitale grazie al deal firmato con la superpotenza Nuclear Blast. Genexus, fresco spaccato dello scenario in cui ci tocca giocoforza sopravvivere, un inquietante contesto sempre più sopraffatto da una tecnocrazia profondamente radicata nel tessuto sociale di qualsiasi paese.

Non c’è più Raymond ‘Master Groove’ Herrera, responsabile – grazie al personalissimo buongusto ed alle chirurgiche diteggiature eseguite con la doppia cassa – dei miei più peccaminosi orgasmi multipli; non c’è più Christian Olde Wolbers (Supernova ed Undercurrent sono vitali battiti cardiaci impossibili da dimenticare…), un grandissimo talento purtroppo perso – insieme al fantomatico batterista sopracitato – nel dozzinale metal for the masses degli impalpabili Arkaea; ma permangono tutti gli elementi specifici che da sempre costituiscono il trademark della doppia F, vale a dire il riffing incalzante e corposo (… in tutti i sensi, vero Mr. Cazares? ), il drumming fantasioso e sincopato, senza dimenticare naturalmente la caratteristica impostazione vocale del carismatico Burton C. Bell (unico sopravvissuto ai vari terremoti più o meno legali che hanno scosso la band negli ultimi anni), oscuro narratore di cronache futuristiche dominate dall’incontro-scontro tra automa ed essere umano.

L’album è condotto secondo quei canoni di algida e distaccata brutalità tipica del combo americano, sempre filtrata da quell’aura sperimentale in grado di concedere largo spazio a sorprendenti aperture melodico – orchestrali. Le fatali sventagliate di Anodized – dal refrain particolarmente catchy – la minuziosa circolarità di Dielectric e la maiuscola dirompenza di ProtoMech portano questo concept a viaggiare su strade diametralmente opposte: da una parte ci siamo noi, una miserabile razza colpevole di rendersi sempre più prevedibile, fragile e vulnerabile, avendo ormai sviluppato un’ incontrollabile schiavitù nei confronti del ‘progresso’ in generale (deificazione tecnologica? ), dall’altra la macchina, sempre più cinica e perfetta, completamente in grado di soddisfare in maniera autonoma qualsiasi tipo di necessità, rendendo la presenza del dirimpettaio umano cosa a questo punto superflua – o meglio obsoleta – come piace denunciare ai nostri.
Una battaglia infinita, un incendiario dibattito perfettamente sviscerato in perle assolute quali Regenerate, permeata da un intenso alone malinconico, o ancora nella maestosa Expiration Date, la quale conferma – se mai ce ne fosse il bisogno – la spiccata sensibilità artistica di cui la band è tutt’ora in possesso. Le clean vocals del biondo frontman lasciano costantemente a bocca aperta, emozionano, commuovono e possono scatenare reazioni quantomeno bizzarre, se così possono chiamarsi le crisi isteriche che mi vedono purtroppo protagonista nel quotidiano, durante il patetico tentativo di cercare tiepida consolazione in pellicole a dir poco ansiogene quali Her (Spike Jonze) o l’ancor più fresco Ex Machina (Alex Garland).

Inutile quindi perdersi in ulteriori tediosi sbrodolamenti, il canovaccio è sempre il medesimo… vincente come non mai. Scaricate, ascoltate, acquistate e godetene tutti.

Genexus: un piacevole ruggito per i fan di vecchia data, un doveroso punto di partenza per i pivellini dell’ultim’ora. Dopotutto, abbiamo bisogno di tutti per ribaltare le carte in tavola e riprenderci finalmente la nostra dignità. Per ora siamo indietro, colpevolmente indietro…

Alexander Il'ič Ul'janov

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