Eluveitie + Arkona + Skálmöld @New Age Club (Roncade) 31/10/2014

Un richiamo succulento, un appuntamento troppo ghiotto per dire no. Il tour europeo che vede partire gli Eluveitie come headliner era tappa da non farsi sfuggire, soprattutto per la sua […]

Un richiamo succulento, un appuntamento troppo ghiotto per dire no. Il tour europeo che vede partire gli Eluveitie come headliner era tappa da non farsi sfuggire, soprattutto per la sua composizione che vede la “grazia” degli Arkona (fosse per me sarebbero stati loro gli headliner) e l’ormai non più promessa degli Skálmöld. Due dischi nuovi da promuovere per le due formazioni più affermate, uno in rampa di lancio per gli Islandesi. C’era tutto il necessario per sfregarsi le mani in tutta gioia al ritmo di ciò che è epico e folk.

La nutrita folla risponde subito “presente!”, con gli Skálmöld è così già attenta e catturata sotto l’imponenza del sestetto. L’apparato vocale degli Islandesi non può di certo passare inosservato, così la particolarità della suddivisione (cantano quasi tutti) diventa una sorta de “il buono, il brutto e il cattivo” versione live, bellissima in particolare la parte epica/sognante fornita dal tastierista Gunnar Ben. Per il resto la melodia portante di Gleipnir trascinerebbe via anche un povero sfortunato incatenato ad una parete, così fra sorrisi ed un evidente quanto piacevole entusiasmo i nostri portano a compimento una prestazione assolutamente maiuscola (il suono era dalla loro), fra una manciata di brani “ancora inediti” presi dal terzo e imminente Með Vættum e altri presi dal fortunato Born Loka. Il finale va di diritto alla perla del primo disco Kvaðning, sette minuti nati per far emozionare. Avere un gruppo di tale caratura come opening act era motivo per leccarsi i baffi, peccato solo per il tempo volato via così presto, avrebbero meritato più spazio.

Breve attesa per l’ingresso in scena degli Arkona, la band capitanata da Masha “Scream” Arkhipova aveva a questo giro pure il compito di convincere i più scettici, ovvero quella fascia d’ascoltatori ancora incapace di recepire la forza di un disco come l’ultimo Yav. Ed è proprio con il loro tipico coraggio che i Russi affrontano di petto la questione, loro ci credono nel disco (e vorrei ben vedere) e ti attacco il concerto con il pezzo più lungo ed oscuro dello stesso (la title track). Inizia  così una strana iperbole “sciamanica”, sono brividi a scorrere nell’osservare le gesta della “lupa”, mai doma, sempre istintiva nelle sue movenze, nel suo grido strozzato ci sono tutte le sofferenze passate e l’aspetto fiero che da sempre la contraddistinguono. Non credo di aver visto mai qualcuno di più vero ed autentico su un palco (ma nessuno è perfetto, lei ad esempio va in crisi nei momenti “morti” fra un pezzo e l’altro), meravigliose movenze interpretative e pelle d’oca assoluta durante la partenza di Zakliatie, lo spirito s’innalza e si rimane basiti, incapaci nella propria immobilità. Il nuovo disco viene poi esibito attraverso “l’inno” Serbia (un grido disperato che si fa largo per non andare più via), Na Strazy Novyh Let (co-tanto di momenti campionati) e Chado Indigo (forse la meno versatile per la zona live). Ma il percorso è ben definitivo, l’emozionante tragitto partito con Yav (che brano, quanto pathos) si fa mano a mano più “easy” passando attraverso i grandi immancabili classici come Slav’sja Rus’! e Goi, Rode, Goi! sino ad arrivare al puro immacolato folk danzereccio di Stenka Na Stenku e Yarilo. Festa per tutti (in pista), ma nella memoria rimane l’immagine di una Masha capace di “svuotarsi”, ovviamente nel farlo deve pagare dazio all’imperfezione, ma fossero tutti così imperfetti se poi i risultati sono questi dico io.

Giunge poi il momento attesissimo da tutti, l’ingresso degli Eluveitie genera sconquasso e maree umane e per parlare della loro prestazione mi devo ahimé “duplicare” per giungere a strani compromessi. Premetto che a me gli Svizzeri piacciono, li ascolto volentieri cercando di sorvolare su una certa immobilità che credo faccia loro più male che bene (anche se i risultati ovviamente mi danno torto). Questa immobilità emerge in quantità sproporzionate in ambito concertistico (non si direbbe a vedere la reazione del pubblico lo so, in questo momento mi sto defilando dall’essere un umile “fan”), le canzoni si accavallano una sull’altra, e tu nonostante riesca a riconoscerle nell’involucro non riesci più a capire cosa sta succedendo o quali effettivamente siano. Tutte troppo uguali, ma per fortuna per offrire “la differenziazione” necessaria arrivano le canzoni cantate da Anna Murphy, certo, “scolastiche”o commerciali quanto si vuole, ma autentiche “manna dal cielo”, diversificazione necessaria visto che è anche l’unica al momento possibile. La stessa singer appare come unico “essere umano” del nutrito team, tutti sembrano tirati come cavalli in corsa, poco coinvolgimento, poca partecipazione nonostante siano una bella squadra a vedersi, i sorrisi della Murphy mi hanno in qualche modo salvato, facendomi dimenticare le vistose leccate di circostanza nei confronti del pubblico da parte di Chrigel (però devo ammettere che non avevo ancora visto un t-shirt venduta a 25 euro).
Fatto sta che ho assistito a un bel po di concerti ormai, ma mai come in questo caso sono rimasto “freddo” durante l’esibizione di un gruppo headliner, questo nonostante l’ottimo sound, aldilà della puntualità di ogni singola prestazione (l’unica pecca per quanto mi riguarda sono le aspettative riguardo la voce di lei che mi aspettavo più “brillante”). E’ al fulmicotone la partenza del loro concerto, King, Nil, From Darkness, Carry The Torch e Thousandfold prima della sempre gradita strumentale AnDro (fa sempre la sua porca figura). Il nuovo Origins sarà suonato quasi per intero vista la presenza di Sucellos, The Call of the Mountains (la Murphy indice una votazione “volante” con il pubblico per decidere in quale lingua dovrà cantare la canzone, il responso -ovviamente- è stato l’italiano, in questo modo ci siamo ascoltati per la prima volta in assoluto il brano in veste live dopo la registrazione speciale in studio), The Nameless, Inception, The Silver Sister e Vianna. Immancabili poi la ballata Omnos, la sempre speciale A Rose for Epona ed il terzetto finale composto da Havoc (l’implacabile) Helvetios e Inis Mona acclamata fortemente da tutti.

Altra serata riuscita (organizzazione perfetta) che lascerà sicuramente un prezioso ricordo nella memoria di chi vi ha partecipato. Esibizioni impeccabili, tutto liscio in fatto di resa sonora (quando usi strumenti -non- tradizionali il rischio di “sotterrarli” è sempre dietro l’angolo) e un pubblico sempre ricettivo hanno completato il cerchio. Gli Eluveitie hanno dimostrato/confermato di essere ancora fra quei pochi gruppi metal di recente creazione in grado di saper smuovere un discreto (e comunque certo) quantitativo di unità umane.

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