Dark Tranquillity + Tristania @New Age Club (Roncade) 21/11/2013

Italia e Dark Tranquillity, sembra di trovarsi di fronte ad un amore senza fine (quindi anche in tempo di crisi), ancora una volta centro da ogni punto di vista, quello […]

Italia e Dark Tranquillity, sembra di trovarsi di fronte ad un amore senza fine (quindi anche in tempo di crisi), ancora una volta centro da ogni punto di vista, quello della band e quello del pubblico. Ancora una volta emozione e divertimento si sono condensati in un tutt’uno sprigionando quella particolare magia che si ripete puntuale ogni volta (lo sappiamo noi, lo sanno loro) che gli Svedesi calcano un nostro palco. Questa volta lo spauracchio di uno scarso pubblico è stato fortunatamente scacciato, forse con i Tristania si era ancora pochini, ma poi l’affluenza è stata buona ma soprattutto “del peso giusto”. Si perché in primis bisogna ringraziare tutti i presenti uno ad uno perché un concerto si completa assurgendo “alla perfezione sensoriale” quando il pubblico ci mette del suo, tutti preparati o quasi sulle canzoni, entusiasti e mai fermi con un pogo rispettoso e per niente fastidioso, tutti piccoli ingredienti che ti fanno guardare oltre piccoli/grandi errori o scarsa forma di una band.

Il concerto comincia puntuale con i Tristania, una formazione che ha rivisto ultimamente la propria proposta musicale e diciamocelo pure,  “un piccolo lusso” come opening act (certo mi viene sempre da pensare che se ci fosse ancora Vibeke non sarebbero qui a fare da spalla ad altri, ma bisogna guardare ai Tristania come ad un nuovo gruppo “rigenerato” e tutto allora giustamente torna). La loro prestazione è precisa e pulita (hanno anche avuto una uscita sonora migliore degli headliner) e Mariangela è decisamente migliorata come “presenza scenica” rispetto a quanto visto in passato, niente da dire/appuntare sulla sua voce, davvero perfetta dal vivo (ovviamente spicca meglio sui brani del suo periodo, ma nemmeno così male su una The Shining Path ad esempio ), dall’altra parte perfetti pure le controparti maschili nelle figure di Kjetil Nordhus (trasuda simpatia ad ogni sguardo) e del veterano Anders Hidle con il suo growl grattato e sempre trascinante. Infine non posso non ammettere la mia debolezza per la chitarrista Gyri Losnegaard e il suo “misantropico fare” li nell’angolino, così zitta zitta (è anche l’unica a non partecipare attivamente a qualche parte vocale) è quella che rappresenta meglio l’attitudine-live di una formazione gothic metal on stage. Il loro concerto si apre con la nuova hit Number (il miglior pezzo per chi scrive dall’ultimo album) mentre gli altri brani tratti dall’ultima fatica sono appunto Darkest White, Night On Earth e Requiem. Il periodo Rubicon è mantenuto a galla con l’immediato tormentone Year of the Rat ed Exile mentre “dall’ingombrante”  passato sono state estrapolate Beyond The Veil, The Shining Path (l’apice del loro concerto secondo il mio modesto parere) e la conclusiva Sacrilege (buona scelta per chiudere, devo ammetterlo). Una prova decisamente buona per loro che molto probabilmente si ritrovano davanti un pubblico “poco preparato”  ogni sera per questo tour, vista da questo punto di vista la cosa è davvero ingrata.
E’ poi un intro noise a presentare sul palco gli Svedesoni Dark Tranquillity, che azzeccano l’apertura con The Science of Noise (balza subito all’occhio l’assenza di un bassista, ma loro sono talmente bene oliati che non ne hanno bisogno) dimostrando subito la reale efficacia dei pezzi nuovi in sede live (questo pezzo in particolare mi devasta nel suo spaccato alla The Gallery, quando il testo recita “One Clear Cut Line, That Separates It All“). Stanne è sempre lo stesso (il tempo per lui parrebbe non passare minimamente), e funge da solita calamita naturale per il pubblico, nonostante il tempo e i palchi calcati rimane sempre il migliore come presenza e attitudine, personale nei suoi movimenti e nel suo “darsi” al pubblico. Come aizza Stanne non lo fa nessuno e questo è solo uno dei validi motivi per i quali andiamo sempre puntuali ad ogni loro esibizione. I brani alla fine saranno ben venti, e mai come in questo caso si è arrivati alla fine con addosso la medesima voglia di inizio concerto. Voce e sound non sono stati realmente perfetti (per la prima bisogna ammettere che il tour è davvero duro con praticamente zero giorni “di buco” nei quali riposare) ma quando l’integrazione band-pubblico è così alta e perfetta quasi non ci si bada più (Henriksson e Sundin sono i soliti “musoni” anche se il primo l’ho visto lasciarsi andare più che in passato). La scaletta lascerà ” a casa” solo il troppo spesso dimenticato The Mind’s I (si, qualcuno già strabuzzerà gli occhi, come mai non cita pure Skydancer?) e risulta alla fine completamente vincente con una scelta brani ben bilanciata fra quello che il pubblico vuole e quello che invece loro vogliono “spingere”. Così White Noise/Black Silence è la perfetta seconda canzone di un concerto, perché la seconda rappresenta una sorta di ripartenza, un nuovo inizio dopo l’emozione dell’iniziale impatto visivo, ed è proprio questo quello che fornisce tale gioiello epoca Damage Done, si riparte senza perdere un grammo d’intensità e loro lo sanno bene. What Only You Know, The Fatalist (che dal vivo acquista sempre punti bonus rispetto alla studio version) The Silence In Between e una vincente Zero Distance ci trascinano sino all’ingresso sul palco di Mariangela in versione “Guest” per la speciale collaborazione “momenti femminili nelle canzoni” (il concerto intanto è andato avanti davanti a continue invocazioni tra una song e l’altra e l’evidente emozione di uno Stanne che fa quasi commuovere sino alle lacrime). Le canzoni scelte per l’occasione sono A Bolt of Blazing Gold (il classico brano del “se mi avessero detto che un giorno lo sentirai dal vivo”, come risposta avrei emesso una sonora grassa risata incredula) per il quale non posso esprimermi, e una Undo Control in grado di svuotare qualsiasi grammo di scorie interiori.

Il frontman dice che l’Italia rimane speciale, la migliore come attaccamento ed entusiasmo, certo come dice lui “sembra che lo dico perché sono qui” ed è quello l’effetto che genera tale frase detta da altri loschi personaggi/gruppi, ma non da un Mikael Stanne, perché il suo volto è uno specchio ed è questo che ti fa adorare ogni volta sempre di più questo rituale, al di là di come andrà e di cosa suoneranno, perché tu vedi nei suoi occhi lealtà ed emozione, le stesse cose che proviamo noi nei suoi confronti. Il concerto prosegue e raggiunge uno dei suoi apici durante l’esecuzione di The Wonders at Your Feet mentre Monochromatic Stains è la solita garanzia. Stanne bacchetta bonariamente l’audience che non sa molto bene un pezzo del calibro di To A Bitter Halt (assieme a Silence, and the Firmament Withdrew -dove peraltro il rosso singer si ingarbuglia un pò- i momenti meno recepiti da parte del pubblico). Terminus (Where Death Is Most alive) rimanda tutti in delirio (te credo, con quell’inizio è impossibile rimanere fermi) prima del ritorno a al mondo di Construct con altri due buonissimi brani come State of Trust  ed Endtime Hearts (è questa la miglior recensione per un nuovo lavoro, altro che riviste, questo dice uno Stanne sempre più emozionato dal pubblico).

La parte finale del concerto sarà da ricordare, dapprima il refrain che non smetti mai di cantare nemmeno dopo ere di Thereln poi la rasoiata di Final Resistance seguita da una Misery’s Crown, dove l’indiavolato rosso viene sorretto in bilico sulle transenne dal pubblico quasi come si fa con i Cristi in processione (momento davvero intenso vedere le persone badare alla sua incolumità). Lethe (anche qui, cercare di commentare è superfluo) e l’osannata Lost To Apathy (la loro capacità di avere in stock parecchie alternative fa si che loro possano modificare a loro piacimento scalette in ogni dove/quando) chiudono l’evento quando un pubblico provato ma contento ne vorrebbe ancora (ma il tour è lungo e faticoso ed è giusto che ognuno abbia la sua fetta).

Magari non sono stati sempre precisissimi (in tre volte che li ho visti forse questa è quella dove sono stati meno impeccabili) e non hanno avuto un’uscita eccellente (soprattutto per quanto riguarda la voce che a tratti spariva) ma devo anche ammettere che dei tre è stato anche il concerto più coinvolgente ed intenso, il posto per il prossimo venturo è quindi già prenotato. Certi sfoghi devono accadere sempre con una certa puntualità onde evitare pericolosi accumuli celebrali.

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