Boar – Veneficae

I finlandesi Boar si fanno notare in ambito stoner/doom (ma dai risvolti estremi e sfogati oltre che psichedelici, i puristi dovrebbero prima scenderci a patti) con Veneficae, un disco letale […]

I finlandesi Boar si fanno notare in ambito stoner/doom (ma dai risvolti estremi e sfogati oltre che psichedelici, i puristi dovrebbero prima scenderci a patti) con Veneficae, un disco letale e corrosivo che nei suoi scarsi tre quarti d’ora riesce ad essere tanto classico quanto “ostico”. La colata “riffeggiante” non perdona, la violenza abrasiva nemmeno, i pezzi si susseguono dando un’idea ritualistica incandescente, come se questi ragazzi avessero pensato prima all’uscita nella sua globalità piuttosto che alla cura del singolo pezzo. A ringraziare sarà sicuramente il cervello, il quale riceverà un breve “break” dal corto circuito imminente. Sfogo e frustrazione sono alla base delle erbe benefiche usate dai Boar, ma non possiamo nemmeno omettere (o fingere di vedere) l’ossequioso senso di vecchio abitante dentro tali mura (come quel tipo di “muffetta” che scopriamo esistere troppo tardi), un bel colpo di colore in grado di accendere ogni tipo di freddura contemporanea.

I Boar è proprio questo che fanno, riuniscono nel loro calderone rituale un po di rabbia e un po di senso classico del genere, mescolano per bene ottenendo una ricetta interessante -che certamente non spicca in personalità- in grado di accalappiare magneticamente anche il distratto passante di turno. Sembrerà di saltare nel tempo ascoltando Veneficae (questo almeno il mio caso), minuti che prendono il volo lasciandomi puntuale e frastornato (redivivo), solamente cosciente del fatto di essere sulle note dell’ultima Wolf Lord.

La produzione culla dolcemente, in mano tiene ferma una boccetta d’acido, nell’altra lo strumento adoperato per l’infusione. Senso di sprofondamento, ci si smarrisce sulle note spento/ridondanti di Old Grey, sorta di iniziazione, di instradamento all’insegnamento. Veneficae non ha mai reali intenzioni di stupire ad ogni costo, tiene l’asticella a metà altezza e li ci lascia beatamente cuocere secondo sue precise volontà ed istruzioni. Witch Woman è una scarna dichiarazione d’amore settantiana, ipnotiche le liriche per la capacità che hanno di adagiarsi su un riffing sporco e “rettile”. La seguente Sand scava ancor più invasata, una dichiarazione “fumosa” ed imprevedibile, fosca nei suoi continui retaggi fatti di miraggi ed apparizioni, poi arriva il turno della title track, dove trasporto e ruvidità sono posti uno di fronte l’altro in una sorta di lotta impervia e “scorretta”. Trees porta con se un po di quieto “peace and love” per lenire i patemi d’anima e cuore prima che Wolf Lord inghiotta ogni cosa nei suoi nove laidi e sacri magnetici minuti.

Uscita da “acquolina” dunque, da intrappolare non appena addocchiata nella sua forma di vinile (certi suoni necessitano del matrimonio perfetto) prima che sia troppo tardi, non sia mai che i Boar facciano il boom ora o più tardi. Noi non siamo persone da “rimpianti”, vero?

About Duke "Selfish" Fog