Bloodscribe – Prologue to the Apocalypse

Niente di eccezionale ma comunque un ascolto godibilissimo. Non si prodigano in cose assurde i Bloodscribe per il loro disco d’esordio (nient’altro che l’allungamento dei 3 brani presenti nel precedente […]

Niente di eccezionale ma comunque un ascolto godibilissimo. Non si prodigano in cose assurde i Bloodscribe per il loro disco d’esordio (nient’altro che l’allungamento dei 3 brani presenti nel precedente demo Human Annihilation) badando a seminare con attenzione l’orticello dietro casa. Ma se da un lato è vero che Prologue to the Apocalypse non impressiona, dall’altro è comprovato il fatto di non condurre a certa noia, ad aiutarlo in questo ci pensa la sua durata “striminzita”, nemmeno mezz’ora in grado di compattare il tutto in forma di blocco di granito, un blocco blasfemo e vorace che non smette un solo attimo d’agire tramite la sua possente azione invereconda.

La mietitrice in copertina è pronta a raccogliere ciò che gli spetta, i Bloodscribe vorrebbero fare lo stesso con noi, per poco non ci riescono ma direi che lamentarsi sarebbe solo una forma di capriccio eccessivo. Non possiamo sempre stare li ad esigere perfezione su perfezione, sapersi godere un lavoro del genere va oltre ogni sterile tentativo di voler sempre il top. “Pezzi che non dicono nulla di nuovo“, oppure, “tempi e riffs ascoltati già centinaia di volte“; tutto vero e innegabile (l’accusa li smonterebbe in pochi minuti), eppure ci deve essere qualcosa oltre questo, deve esserci il piacere di ascoltarsi comunque un buon disco di brutal/slam death metal con tutte le cose al suo esatto posto, pronto ad inghiottire quel mondo balordo che ci ruota attorno per andare ad elargire le sempre sperate e deviate dosi di brutalità.

Prologue to the Apocalypse diventa così “accettazione”, una sorta di patto non scritto con il quale dovremo convivere per poter andare avanti e goderci le varie bontà che il mercato underground ha da offrirci. E poi vorreste farmi credere che quella copertina in qualche modo non vi attira? Non ci crederei.

Pantheon of Lies frigge e rigurgita ottimamente, sono messe subito in evidenza le varie componenti strutturali, basso che produce solchi per il più ovvio dei growl gutturali. La produzione da canto suo non eccede in “chirurgia”, non fornisce mai quella perfezione che troppe volte ti da la sensazione di essere al cospetto di macchine, qui viceversa si riesce ad avvertire il tocco “umano”, le chitarre si sporcano (soprattutto quando “grattano”) e la batteria segue il copione secondo effetti sinceramente rudimentali.

I nove colpi d’ascia intrattengono e danno un senso di linearità (le migliori a mio avviso oltre la già citata Pantheon of Lies sono Castrating Humanity e la breve “scansione” di Annihilation) pressoché completo. La Gore House Productions da parte sua continua la sua lotta in territorio death metal aggiungendo un nuovo nome da tenere sott’occhio per il futuro. Poi se il prologo all’apocalisse dovesse rimanere fermo sulle sue intenzioni poco male, gli vorremo ancora più bene forse.

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